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Autore: 
Francesca Mazzucato
Pagine: 
112
Categoria: 
Un’impudica educazione

Case eleganti che si alternano a edifici devastati secondo un’architettura obliquamente lasciva: questa è Marsiglia, la città delle diversità fondata da un gruppo di avventurieri greci nel 600 a. C; la città meno provenzale della Provenza che per vocazione nel corso dei secoli si è concessa al passaggio di armeni, spagnoli, italiani, africani e tanti altri. Negli anni Venti era considerata la Chicago europea, un posto di malavitosi. E’ lì che Ludovico sta tornando, lì dove suo padre, uno scultore emiliano antifascista, emigrò tanti anni prima.

Ludovico era destinato a sfuggirla questa diversità, per cercare di farsene una sua propria. Era stato un fanciullo naïf che aveva fatto esperienza della vita in negozi vuoti con le serrande abbassate, nei cinema porno di periferia, alle pensiline delle fermate dei bus nei parcheggi new age segnalati dalla Guida gay.
Di questa pazza città Ultimo Scalo del Mondo, dove anche i tetti hanno qualcosa di peccaminoso e il silenzio ha un risvolto sessuale, si era ritenuto il Disperato Apostolo del Godimento Universale. Ora Ludovico è uno storico quarantenne che scrive, a detta dei colleghi internazionali, saggi appassionanti come romanzi.
Ha abitato in tante città senza mai sentirle proprie. Questo ritorno non è facile, si sta caricando di ricordi ingovernabili e impazienti che sembrano alimentarsi della magica luce della città, come se Marsiglia avesse il potere di renderli riconoscibili e desse anche a loro asilo.
La luce a Marsiglia è malandrina, quando sembra che stia sul punto di congedarsi, torna a palleggiare la propria anima sui muri, fra le reti dei pescatori, fra le ciglia delle persone...
Anche la durata del viaggio è stata dilatata; gli è sembrato che il tempo avesse lo stesso colore dell’anice, che è limpido all’inizio ma appena si accomoda nel bicchierino si intorpidisce.
Sulla banchina del ritorno realizza che quella paura dell’umiliazione con cui era cresciuto se l’era portata comunque appresso. E’ irrequieto; ma è anche fiero di tutto quello che ha fatto prima di tornare lì.

Il suo apprendistato in fatto di amori avvenne in quel periodo che lui chiama dei fantasmi: sgraziate e accelerate masturbazioni in camera dei genitori premendosi in faccia il pigiama del padre; giochi davanti allo specchio immaginando dall’altro lato giardini incantati da una luce giallo zolfo; pomeriggi in stazione per fare pratica di cinismo, per imparare a fare a meno delle persone, mentre dentro invece gli pulsava una flamencura per qualsiasi essere umano capace di carezze... Stava per ore a guardare i corpi, a calcolarne masse e dimensioni, sognava di parlare con tutti sentendosi il Regista dei Legami Profondi, la regina degli angeli caduti dall’identità migrante, migrante come la sua sessualità e la sua memoria.
 
Poi era arrivato il periodo dell’esibizionismo e del solo ciò che provoca un’erezione ha un senso: la chambre obscure del Principe, un locale in uno scantinato che sembrava più una bisca, dove corpi-sirena si impegnavano a parodiare l’intimità e Ludovico era solo un membro fra i tanti membri dell’esercito delle Ombre Clandestine e il sesso aveva più il sapore di un caffè bevuto in piedi. 
In lui c’era la voglia di lasciarsi andare alle dinamiche degli approcci ridotti al minino e godersi la scoperta della passività.

All’inizio pensava di poter controllare questa tendenza giudicata abominevole dalla Bibbia; qualcosa di cui vergognarsi, una cosa sbagliata, blasfema... Queste cantilene a poco servivano quando qualche volta Ludovico, tornando dal Principe, si scopriva a desiderare anche il corpo di Guglielmo, l’altezzoso fratello di due anni più giovane, che spesso lo prendeva in giro, forse già intuendo qualcosa della sua natura; una sorta di spettatore del suo scombussolamento affettivo.

La madre, un’ex studentessa della provincia bene francese, era una donna ottusa, sfacciata e invadente; un po’ principessa sul pisello, anche se poi aveva sposato un eccentrico pittore bohémien. Tutto quello che lo riguardava era per lei motivo di ilarità. Calamitava sempre l’attenzione su di sé. Aveva maniere artefatte; come le sue bambole di porcellana, era incapace di correre rischi. Quando poteva, correva in profumeria per il re-styling alla patina fasulla che ricopriva la sua vita. Fin da piccolo Ludovico si era sempre sforzato di immaginarla diversa da quello che era per non ammettere la sua noncuranza.

Con Fanny, la domestica di casa, da bambino Ludovico cantava canzoni tipo “io non sono degno di te se tu Signore non sei con me”. Quello era il periodo liturgico, a scuola e in casa gli insegnavano a separare il bene dal male e gli dicevano che il bene passa solo dalla Chiesa e che, se si sentiva troppo metafisico, voleva dire che era sulla buona strada. Marcelle, la bambina bocca di zucchero filato verso la quale lo spingeva la madre, gli diceva che se voleva espiare un peccato, anche solo del pensiero, era sufficiente ripetere tre volte a se stesso che per quel peccato si sarebbe stati puniti e poi mordersi il labbro.

Il padre si sentiva un po’ dandy anni Trenta con quella sua mania di spolverare i dischi di Mozart due volte al giorno. Aveva la passione per le donne anziane e la spudoratezza di portarsele a casa. Per superiori esigenze artistiche lasciava la porta dello studio semiaperta perché tutti potessero vederlo. Andava con le vecchie per tutelare il suo ego. Era il periodo delle letture orientali; impartiva al figlio, con il grembiule sporco di creta, le sue teorie sul distacco, il suo metodo per raggiungere l’indifferenza.
Procedi con coraggio attraverso il tuo lato oscuro”, gli aveva detto una volta, quando aveva circa quindici anni, ma all’epoca erano già spariti i libri induisti. Era il momento del vitalismo e Ludovico aveva già iniziato a frequentare la dissolutezza. Tutta l’apertura mentale da artista maledetto che fingeva di avere non contemplava senz’altro l’errore di un figlio poco virile.

La casa dell’infanzia aveva un immenso salone con un tavolo ovale intorno al quale i pasti si consumavano fra i bozzetti al carboncino del padre e le battutine del fratello.
Ludovico dalla famiglia si aspettava consigli sullo stare al mondo, insegnamenti ai quali attenersi. Si era abituato al fatto che anche della famiglia così come della vita ci si doveva accontentare come di uno schizzo, una minuta di quello che lui aveva immaginato di dover ricevere sotto forma di rivelazione.

Chi si mette in cerca della verità, chi si appella al lato mistico delle cose, non può non diventare fanatico; solo quando la ricerca si fa ossessione si possono suonare le note blu della vita.
I ricordi si alternano al tentativo di organizzare il lavoro. La motivazione del suo retour è un libro che deve scrivere sui bombardamenti dei quartieri popolari del Vieux-Port per mano dei nazisti. L’ordine di distruggerli partì proprio da Hitler che sosteneva che quella zona fosse un posto malsano, un covo di resistenti e delinquenti comuni. Quest’operazione militare servì a camuffare un grosso progetto immobiliare franco-tedesco che prevedeva la conversione della zona bombardata a paradiso per facoltosi turisti.
Tanta povera gente fatta evacuare a forza per sopprimere il quartier generale di quella città libertina che aveva innervosito i Tedeschi.
La distruzione del Porto Vecchio nell’inverno del 1943 fu un evidente crimine di guerra. Nei libri non se ne fa parola. Forse era destino che diventasse storico, forse Marsiglia con la sua bellezza supplichevole aveva chiesto proprio a quel suo cittadino di riscattare un pezzo della sua storia, altrimenti senza testimonianza.

Il paesaggio delle Calanques, quelle dantesche insenature che collegano Marsiglia a Cassis, gli era mancato. A Marsiglia niente e nessuno può dirsi neutro; cose e persone si mischiano senza perdere le proprie caratteristiche così come i diversi pesci nella succulenta zuppa Bouillabaisse.
Ludovico vuole verificare se le cose che su di lui un tempo avevano esercitato un incanto speciale sono ancora al loro posto: il Panier, un quartiere barocco e cosmopolita che fa da corona al porto, la misteriosa Vergine Nera nella cripta della Basilica di Saint-Victor, i muscoli a passeggio per la Canebière, i negozi di semole, i sapori del Maghreb, bestemmie e rumori di barche; è a casa. 
    
In tutti questi anni non ha smesso di riflettere sulla natura dell’amore. A volte ha la sensazione che certe giornate abbiano il potere di aumentargli le rughe, altre invece di ringiovanirlo di colpo.
A volte ci si sveglia con la certezza che il sacro abiti il proprio spazio interiore e che non si abbia bisogno di niente altro, altre volte invece, nemmeno la cosa che si riteneva più importante (affetti, conquiste e tocchetti di cioccolato) ti sembra abbia importanza.
Forse la felicità è un garbo involontario degli eventi, forse sono i Notturni di Chopin o qualcosa di completamente sordo e sguaiato come la manata sul culo di un tizio per strada... può darsi che sia solo una pianta rampicante che si è fermata all’altezza dei reni.

La nonna glielo aveva ripetuto più volte: quando si è vicini ad accettare che il cambiamento non è poi niente di così sconvolgente, rien ne va plus, i giochi sono fatti. Quando arriviamo a capire che il cambiamento è l’unica cosa che di fatto non vediamo ma di cui possiamo essersene certi, che il cambiamento addirittura coincide con quell’assoluto che tanto cerchiamo altrove, è a quel punto che si muore.

Paz di Renato De Maria

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