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Autore: 
Julio Cortázar
Pagine: 
97
Categoria: 
Un tête-à-tête con Cortázar

“Lista di idee inculcate che circolano nella mia famiglia: non bere vino dopo l’anguria, non si deve dormire sotto la luna, gli yanquis sono essere anormali e malaticci perché mangiano solo cibo in scatola”.

Andrés Fava è un personaggio di “L’esame” e il suo diario faceva originariamente parte di questo romanzo scritto nel 1950, ma non pubblicato (per motivi politici) fino alla morte dell'autore.
Mentre “L’esame” è principalmente dialogo, il Diario di Andrés Fava è tutta riflessione: sulle sue letture e sull’atto della scrittura in genere, i sogni, i gusti, i ricordi...

Una collezione ricca di citazioni di poeti simbolisti francesi e jazzisti americani: “La poesia vuole essere metafisica e a volte ci riesce con Lamartine o Valéry. La poesia inglese lo è senza volerlo. Il verso inglese brilla con quell’assoluta disinvoltura che ammiriamo nel pesce, nel tennista che restituisce il tiro quasi senza muoversi”.

Maledetto e malinconico, erudito e ricercato, il testo è ricco di riferimenti autobiografici, colpi audaci e denunce diaboliche: più che il diario di Andrés Fava, si ha la sensazione di leggere il diario di Cortázar stesso e le sue opinioni sull'epoca: “è molto triste non avere altro destino personale che quello di non averlo, ma in casi estremi si può essere almeno un buon orecchio, un orecchio che afferra le tonalità e le atonalità del proprio tempo”.

Miscela di pensieri, molta letteratura, poesia, musica e interrogativi.
Dolce disgressione esistenziale:
“Quando vado in paranoia, misuro costantemente la mia precarietà, la mia inutilità. Disgusto per il lavoro. E’ possibile che lavorare mi diverta? Maschera dell’abisso, eccetera… Fluttuo; improvvise pulsazioni di felicità, ritorno alla ragione, e questo due o tre volte al giorno”.

Diversi sono i gioielli da salvare sotto forma di frasi, appunti e impressioni:
Posso essere buono se morirò? La certezza della morte non smentisce, non distrugge ogni morale? Essere buoni è sempre dimenticare qualcosa. Questo non è cinismo, dato che non essere buoni comprende numerosi stadi senza arrivare necessariamente alla cattiveria. Quello che voglio dire è che la certezza della morte non aiuta a far sì che io ti abbracci e ti dica cose bellissime. Chi è realmente consapevole della morte non è disposto alle cazzate”.

Un capolavoro di leggerezza, di profondità, di esplorazione dell'essere: Julio Cortázar si conferma scrittore brillante e irriverente. Si dice: “Il linguaggio mi impedisce di esprimere quello che penso, quello che sento. Sarebbe meglio dire: Quello che penso, quello che sento mi impediscono di arrivare al linguaggio. Tra il mio pensare e me, si insinua il linguaggio? No. E’ il mio pensare che si frappone tra il mio linguaggio e me... Nei grandi poeti, le parole non portano con sé il pensiero; sono il pensiero. Che, certo, non è più pensiero bensì verbo”.

Parti uguali di tenerezza ed eleganza da una parte e osservazioni acide dall’altra, il diario di Andrés Fava arriva a noi direttamente dalla scrivania di uno dei più grandi letterati del XX secolo. 

Su individuo e società: “La specie non esiste, è un concetto comodo per designare individui aggregati. Chiarire la nozione di individuo. Come prima cosa da notare, in assoluto questa: se davvero si potesse concepire l’individuo allo stato puro, la sua coscienza lo obbligherebbe - per non tradirsi come uomo - a rifuggire qualunque partecipazione a un progresso che non fosse il proprio. Dare qualcosa di sé agli altri è riconoscere l’integrazione dell’io nel tu. Ogni abnegazione - in quel senso - è essere meno-uomini, meno-io”.

Una bellissima amalgama di casi meravigliosi: “Fate attenzione al realismo nello scrivere. La letteratura deve tendere a una creazione indipendente, in cui il mondo quotidiano abbia l’influenza che lo scrittore può tollerare, e niente altro. Come dice Judith in Risposte nella polvere (Dusty Anwser): Io non posso vivere tra cose brutte”.

“Negli ordini degli obblighi, del lavoro, mi fa bene essere sottomesso a guadagnare uno stipendio. Ciò che davvero mi frustra (piccolo uomo, funghetto timoroso) è il lavoro dell’amore, degli affetti, dei legami con la mia gente.
Horreur de ma bêtise in questa collera antigregaria: se amare non fosse restare, se amare non fosse mimetico, se restare non fosse assomigliarsi, se assomigliarsi non fosse perdersi e non fosse dimenticar-si”.

E ancora: “L’unica cosa certa è andarsene. Rimanere ormai è la menzogna, la costruzione. Il gesto umano per eccellenza è rimanere. Sono, dunque rimango. Quando dico “umano” non lo dico affermativamente. Il vero gesto umano, quello legittimo, non può essere che questo: Mi hanno fatto venire al mondo, dove non ho nulla nè faccio nulla che non sia una bassa reazione contro la mia origine involontaria”.

Julio Cortázar legge Cado e mi rialzo (Me caigo y me levanto), tratto da Il giro del giorno in ottanta mondi - racconto pubblicato nel 2006

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