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Autore: 
Christa Wolf
Pagine: 
124
Categoria: 
Dov’è l’uscita di sicurezza?

Dove va a finire quella parte di sofferenza del cui transito dentro di noi non ci accorgiamo? Quando si sono spezzati i cavi a cui era fissata la rete della vita? Quello che, stando a quanto sostengono i fisici, sarebbe potuto succedere al massimo una volta ogni diecimila anni, succede quel sabato 25 aprile 1986, all’1:20 circa, ora di Chernobyl: scoppia un incendio nella sala operativa del quarto blocco del reattore della centrale nucleare. 
La sindrome cinese di memoria cinematografica doveva per forza tramutarsi in realtà. La notizia arriva frazionata, anch’essa scissa. Lei, Christa Wolf, è nella sua casa nel Maclemburgo mentre suo fratello si sottopone a un intervento al cervello. Se in sala operatoria commettono anche il minimo errore potrebbe verificarsi un cambiamento di personalità, il fratello potrebbe smettere di essere quello che è, o meglio, di rappresentare quello che è stato per gli altri fino a quel momento.
Forse anche lì, nel nostro cervello, si è andati troppo oltre, si è ecceduto; si è voluto frugare sotto la calotta cranica, fare irruzione in quella delicata sfera dove vengono determinate le caratteristiche di ciascuno... 
Le cellule del fratello cinquantatreenne, già sulla strada dell’inevitabile deterioramento, a un certo punto hanno iniziato a produrre tumori prese da un attacco di noia o da un impulso creativo, che è lo stesso. Ma perché tutta questa smania di muoversi? Bisognerebbe godere delle cose che si ottengono senza sforzo e smettere di stimolare ecessivamente il sistema nervoso, che magari, per vedere finalmente esaudita la richiesta di essere risparmiato, è costretto a mettere su una bella segnaletica cancerogena...
Dove nasce, e soprattutto, che cosa nasconde questa passione per la scissione, per la disintegrazione? La paura deve essere così grande che, anziché liberare noi stessi, si è preferito liberare l’atomo.
Tutto sembra insensato e acido. La scrittrice tedesca impreca, riflette, mette tutto in discussione: se stessa, il suo lavoro, le mete dell’umano agire.
Oh cielo radioso, brillante, senza macchia, cattivo, azzurro vivo... Chi potrà mai più scrivere rime, cantare... e sognare e morire per davvero?

Si è voluta la fine dei poeti che sulla nuvola facevano transitare i loro pensieri ed evaporare i propri limiti; ora la nuvola non può essere più quel giocoso condensato di vapore acqueo che è, ora è veicolo di morte, il covo della pioggia radioattiva, la pecora nera mediatica. Ci si è fatti prendere dalla fascinazione esercitata dai Problemi Tecnici; ci si è assuefatti al Rischio dell’Imprevisto con buona pace di tutti.
Questo cielo così violentemente nitido e pulito dove in quel momento si danno appuntamento gli occhi di tutto il mondo per scovare il segno della malattia, l’origine del male, per domandarsi di quanti toni poco più sotto del nero è il color veleno; quel cielo così innocente e minaccioso non può essere sotto al mirino del fratello, ora c’è anche lui sotto tiro.
Le madri di tutto il mondo si sforzano di imparare i nuovi termini per la sopravvivenza, i nuovi modi per dire pericolo: nocciolo incandescente, tempo di dimezzamento, incendio di granite, iodio 131. I coraggiosi, così vengono chiamati quelli che sono stati mandati, prima a spegnere l’incendio, e poi a irraggiare sorrisi forzati davanti alle telecamere, perderanno i capelli nel giro di poco. D’altro canto qualcuno doveva pur essere sacrificato; ogni tecnologia ha i suoi caduti in progress. E’ inquietante il fatto che questi specialisti non provino un sacro terrore di fronte all’ingordigia della loro disciplina, un’ammissione di vertigine per l’abisso del loro metodo, o almeno un accenno di sottomissione alla legge delle probabilità, che a quanto pare vuole essere presa sul serio. 

Gli scienziati raccomandano di non consumare verdure a foglia larga e latte fresco. La maggior parte della gente non può far altro che credere alle parole dei cosiddetti esperti che con i loro camici bianchi danno rassicurazioni e consigli ai microfoni di tivù e radio. Eppure all’epoca dei primi esperimenti nucleari l’esposizione era stata molto più massiva, ma nessuno vietava lattuga e spinaci.

Gli starwarriors (di cui aveva letto in un articolo) che lavorano al National Laboratory di Livermore per realizzare la fantasia americana di trasferire nello spazio le guerre future, questi giovani talentuosi e iperattivi la cui alimentazione base è fatta di pane con burro di arachidi, hot dogs e coca-cola light, consultano la gente del cinema per le loro sperimentazioni, o sono i produttori dei vari Il ritorno dello Jedi che si confrontano con loro per le sceneggiature? O tutti insieme vanno dai politici per costruire in sinergia il migliore dei fantocci possibili, quello della Sicurezza Nazionale?
A che pro inviare nello spazio, a mo’ di messaggio per esseri di altri pianeti, quelle targhette con la coppia umana impressa, se coloro che le hanno concepite non sono nemmeno in grado di intercettare i segnali umani che gli vengono dal vicino di casa

I fogli sul suo tavolo da lavoro hanno un aspetto diverso; frasi sparse che la lasciano come indifferente, quasi infreddolita. Sono le parole a essere cambiate o lei? Anche la scrittura può subire un trattamento e dissolversi. E’ una reazione a catena. Oggi niente parole, meglio uscire; anche il senso del dovere è sottoposto a radiazioni.

Accanirsi con le erbacce in giardino, a mani nude, ignorando l’avvertimento sull’uso dei guanti, cancellare i pensieri... Gridare alle ortiche mentre i medici provano a mantenere in collegamento l’ipofisi al cervello, il tumore è proprio vicino all’ipofisi.  Bisogna estirparlo fino all’ultima cellula non perdendo mai di vista che ogni millimetro quadrato della zona sana circostante è estremamente fragile. Strappare le radici al Signore delle Ortiche e sorprendersi a sogghignare mentre lo si fa, quasi a gioire. Cos’è, cosa c’è dietro questa soddisfazione che sa di rame: senso di colpa, sfogo, una maligna libidine per i disastri mista a corresponsabilità?

A-tomo in greco ha lo stesso significato di individuo in latino: inscindibile. Chi inventò queste parole non ha conosciuto né la fissione nucleare né la schizofrenia. Per quale motivo una cosa che fu pensata come indivisibile, la persona, deve venire scissa, divisa fino alla sua particella più piccola, ridotta alla sua sparuta pochezza? Chissà se il cervello nella profondità di un’anestesia riesce a trovare, almeno lì, un po’ di pace. Chissà se può smettere, almeno per qualche ora, di cercare stimoli e quando l’ambiente non glieli trasmetta, fabbricarne altri, surrogati di stimoli. Forse anche il domandarsi questa cosa è un surrogato del problema.

I giovani che già negli anni Sessanta documentavano i rischi dell’uso pacifico dell’energia nucleare e protestavano contro la megalomania di questi deviazionisti dello sviluppo ottimale, furono ridicolizzati e messi in un angolo. Sembra che i sogni moderni non possano non generare mostri. Sarebbe bello poter sapere quali sono le attività che non svolgono, le cose che gli scienziati e i grandi tecnici non fanno, o che, se costretti, vedono come una perdita di tempo. Cucinare, pulire, prendersi cura dei piccoli... e quante di queste cose anche per Christa Wolf rappresentano uno spreco di tempo, dei fastidi?

L’Io che osa scindersi dai suoi tanti io per riflettere, che cosa vuole, che cosa chiede? Vuole forti emozioni e essere amato! Quando per un motivo qualsiasi a quest’Io non riesce la soddisfazione diretta dei suoi bisogni, si procura appagamenti surrogati, brutte copie del Desiderio. Tutti i prodotti della creazione tecnica sono un surrogato dell’amore. Il progresso si riduce a essere il sistema per generare e imprimere emozioni. Non ci sarà bisogno nemmeno più della guerra (altro surrogato), si salta in aria anche sotto cieli pacifici di Stati altrettanto pacifici

E’ raccapricciante l’idea che per tagliare anche solo un piccolo segmento di osso cranico si usi il trapano, come se il cervello non fosse niente di diverso da un pezzo di metallo. Solo che nella testa di suo fratello i medici non troveranno fili metallici, ma quella massa che guardata nel dettaglio rende possibile la visione delle cellule, che messe sotto a un microscopio diventano poi neuroni. Con un ingrandimento maggiore il chirurgo potrebbe persino credere di trovare le connessioni fra questi neuroni, le sinapsi, il cui numero è superiore al totale delle particelle elementari dell’universo. Fratelli, questi sì che sono numeri emozionanti!

Come hanno fatto a stabilire che la zona pericolosa abbracciava un raggio di trenta chilometri? Da dove saltano fuori queste cifre così precise? E’ un modo per ammettere che i conti non tornano? Pensieri e sentimenti, anch’essi radioattivi, escono dalla recinzione del narrabile, quindi del misurabile. E’ la cultura ad avere una vocazione necrofila.
Chi ha ancora voglia di contare five-four-three-two-one-zero e toccare il nucleo incandescente dell’umano, la sua origine? Pare che in un tempo mitico si usassero le stesse parole in tutta la terra; poi il Signore, in vena di esperimenti, praticò la Prima Scissione, confuse tutte le lingue del mondo. Sembra che gli uomini appartenenti a un’orda si siano separati da quelli appartenenti a un’altra orda: chi usava un linguaggio diverso era l’estraneo, il nemico; a lui non si estendeva il tabù di uccidere. 
E’ dei disastri che il linguaggio (come distintivo dell’umano) ha causato all’uomo, che Christa Wolf vorrebbe parlare con il fratello e denunciare anche quella che avverte come una sua complicità passiva. Ogni cosa è stata già detta e scritta; il suo lavoro, i suoi libri non hanno più giustificazione.
La doppia faccia della lingua: parlare, esprimersi; i cosiddetti centri del massimo piacere ora sono sotto manutenzione perché troppo prossimi al punto cieco.

Sarebbe bello poter provare che i delfini, dopo attenta riflessione, rifiutarono il dono del linguaggio per poter continuare a comunicare nel mondo degli ultrasuoni! Anche la scrittura, che non è un omaggio che può essere reso come non gradito, ha la sua propensione mortuaria: le esperienze che pretende di raccontare vengono necessariamente manomesse e sacrificate all’altare della Formulazione Perfetta e la vita, infilzata nella frase ad affetto, può venir solo distanziata, umiliata.
Cosa fare allora? Rinnegare, tacere, rinunciare alla parola?
Due righe di un poeta del passato accorrono in aiuto: non ti devi scusare, devi solo dire come accade.

The Zero Theorem di Terry Gilliam

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