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Autore: 
Emmanuel Bove
Pagine: 
153
Categoria: 
Cuore di stalker

Come è possibile intenerirsi per un uomo psicopatico, diffidente e meschino? Come è possibile immedesimarsi a tal punto da giustificarne le manie e comprendere quel particolare senso dell’orgoglio che prova per se stesso? L’amor proprio che affetta il protagonista di questa storia non coincide con la semplice autostima (quella particolare forza che possiede chi sa di avere un certo valore e che non si fa scalfire dalle avversità); somiglia piuttosto al suo strano opposto, ovvero una fiera dimestichezza con la propria bassezza, una superbia sotto tono che si alimenta di mortificazioni e si giustifica affronto dopo affronto.
Victor Baton vive con una modesta pensione di invalidità, in quanto reduce della Grande Guerra. E’ solo, pateticamente solo. L’unica cosa che vuole è trovare un amico (magari infelice quanto lui), qualcuno che gli voglia bene (e perché no, anche un amore), ma in fin dei conti sembra aggrapparsi alla propria solitudine e vantarsi delle proprie privazioni, quindi non è capace di trovare un lavoro, tanto meno di allacciare relazioni. Le persone che incontra nel suo vagabondare deludono sempre le sue aspettative e tradiscono quel suo disperato bisogno di amicizia. Lui si sente buono e generoso e sembra che nessuno sia in grado di capire quanto il suo cuore sia grande. Quando sembra che la disperazione sia troppa, quando sembra che le umiliazioni che subisce siano tante, lui si ritrae in una inoperosa autocommiserazione.

Il paradosso si consuma proprio nel parossismo della sua spocchia: anziché biasimare il suo vittimismo, si è portati a intristirsi profondamente per la sua sorte. Tutti quei sentimenti di sdegno e condanna che meriterebbe si trasformano dialetticamente in compassione e si finisce per comprendere le sue paranoie. Forse per questa ragione Win Wenders, quando realizzò un cortometraggio su New York, girava per le strade di Manhattan con una copia di questo libro fra le mani. Sembra una dichiarazione d’affetto: Victor non sei solo, sono tuo amico, la tua amarezza è anche la mia, ti porto in giro con me perché la vita è più leggera quando si è in due a reggerla...

Quindi sì, è possibile assolvere un uomo miserabile anche quando si rende fastidiosamente responsabile delle sue miserie.
Del resto Bove non volle certo fare un manifesto della vita impegnata. Fu lui stesso a dichiarare che l’azione del suo romanzo è esattamente l’inazione. La vita volutamente ai margini di questo spostato disturba perché, senza dichiararlo programmaticamente, va a minare tutta una filosofia sociale che fa dell’efficienza e del dinamismo i valori da perseguire. Probabilmente questo è il motivo che induce a salvare Victor Baton, perché nonostante alcune uscite spiacevoli di cui si fa protagonista, è capace di fare a meno di lussi e posizioni invidiabili e grazie propria  all’anoressia vitale che lo attraversa, si rivela un uomo autentico, sì sciocco e spesso anche sgradevole, ma senz’altro vero, di una sensibilità tutta particolare, ostinatamente consapevole della propria spinosità.

Henry Billard (ogni capitolo è associato a un personaggio-meteora della sua vita) è uno fra i tanti che affollano l’angolo di una strada per guardare un ubriacone in fin di vita. Offrirgli una sigaretta gli sembra la prima tappa di un legame sul quale subito fantastica. Lo segue (anche se è imbarazzato di fronte ai passanti per la sua indifferenza!) fino a quando non gli strappa un invito a bere un bicchiere. Il giorno seguente torna al bar nel quale si erano intrattenuti, convinto di trovarlo lì ad aspettarlo. Lui non c’è e Victor vive questo perfetto nonnulla come una tragedia. Continua a girovagare fino a quando non lo incrocia casualmente. Allora vanno insieme a pranzo, discorrono, l’amico è sposato, gli mostra degli effetti personali: “facevo finta di interessarmi a tutto questo, ma non c’è niente che mi annoi quanto i portafogli degli altri e le fotografie dal tergo bisunto”. Alla fine Henry gli chiede cinquanta franchi in prestito. Lui accetta, felice di ispirare gratitudine e di non sentirsi in qualche modo un disturbo. Quella richiesta è un segno che si fida di lui. Il giorno successivo, sempre di soppiatto nel quartiere dove Henry vive, lo scorge in compagnia di un altro uomo.
I due lo superano senza rivolgergli la parola. Henry non è quello che credeva, non gli restituirà mai i soldi. I gesti che faceva mentre parlava con quell’altro gli sembrano quelli di un estraneo: “è sempre così quando, senza essere visti, si scorge un amico con uno sconosciuto”.

A Victor piace passeggiare lungo la Senna e contemplare il fiume con sguardo triste.  A volte per interessare la gente si poggia al parapetto e per sembrare più sincero finge di buttarsi in acqua. Un giorno il marinaio Neveu, un tizio più disperato di lui, gli si avvicina pensando che stia per buttarsi. Gli dice che anche lui vuole morire e che in due é più facile. Victor ovviamente non ha intenzione di annegarsi, non sa nemmeno nuotare. Cerca quindi di dissuaderlo, lo tranquillizza dicendogli che d’ora in poi si occuperà di lui, gli affitterà una camera e diventeranno grandi amici. Tira fuori qualche banconota e vanno in un ristorante. Fra litri di vino e salsicce, Victor, preso da uno slancio di condivisione, gli propone di andare da Flora, una casa dove ci si diverte, un posto dove non sarebbe mai andato da solo. I vestiti viziosi delle donne del bordello distraggono a tal punto Neveu che Victor sente di perdere importanza agli occhi del nuovo amico, fino al momento in cui rimane solo: “avrei fatto tutto per lui...gli ho dato dieci franchi. Invece di tenerseli per mangiare, ha preferito divertirsi. Saremmo stati felici insieme. Forse oggi è morto, annegato”.   

Che dire invece di Monsier Lacaze, l’industriale che gli procura un lavoro che lui non inizierà mai? Victor ama le stazioni perchè vivono di giorno e di notte, senza tregua.  “Nessuno mi presta attenzione. Sono triste. Mi sforzo di restarlo. Voglio che i viaggiatori abbiano un rimorso, partendo, che pensino a me mentre corrono verso altri paesi. Cammino a testa bassa e quando incontro una donna, la guardo malinconicamente, per commuoverla. Spero che indovini il mio bisogno di amore”.
Alla stazione di Lyon incontra il Signor Lacaze, che lo scambia per un fattorino. 
La cosa lo secca, non perché l’abbia preso per un addetto ai bagagli, ma perché il cenno di quello sconosciuto ha disturbato la cupezza in cui era avvolto. Ora gli tocca afferrare il manico e seguire questo viaggiatore.
Il Signor Lacaze si interessa di questo brav’uomo, la povera gente gli sta a cuore. Al congedarsi gli dà il suo biglietto da visita con l’accordo di passare da lui la mattina seguente. Nella casa di questo benefattore Victor ha modo di vedere per qualche secondo la giovane figlia. Il Signor Lacaze è contento di poterlo mandare dal Signor Carpeaux, l’uomo di fiducia della sua fabbrica. Finito il breve colloquio di lavoro, a Victor gli viene in mente di aspettare la figlia di Lacaze fuori al Conservatorio (sa di trovarla lì perché ha ascoltato il veloce scambio di battute fra lei e il padre). “Lottai fiaccamente, per alcuni minuti, contro questo capriccio. Fu inutile”. La ragazza esce di corsa dall’edificio, bella, bionda e con indosso una gonna corta. Lui la segue, la oltrepassa e la saluta. Il giorno dopo, il padre, furioso, non manca di dirgliene quattro. Finisce così, fra singhiozzi penosi e ridicoli, la parentesi Lacaze.

L’ultimo atto di questa peregrinazione in cerca di amici si chiama Boudier.
L’incontro avviene in un parco mentre Victor dà da mangiare agli uccelli. “Mi piace dare il pane gli uccelli. Lo faccio perché è segno di un’anima generosa. Sono tanto più da lodare in quanto non c’è nulla in loro che mi attiri”. Mentre continua a lanciare le briciole gli si avvicina quest’uomo anziano e ben vestito che osservandolo da lontano aveva visto in lui un’anima bella e pura. Queste sono le parole che usa rivolgendosi a lui. Victor è al colmo della gioia. I due parlano e passeggiano in un’atmosfera sommessa, sembrano capirsi, si lasciano accarezzare da un’aria che non chiede niente. Quando stanno per separarsi Boudier lo invita a pranzo. Le persone colpite dalle asprezze della vita lo toccano, vuole veramente che Victor si appoggi a lui, che si confidi, si sfoghi; va perfino a trovarlo nella stanza dove vive. L’indomani Victor decide, a sorpresa, di fargli visita. Accompagnato dalla domestica nel suo studio scopre di non essere l’unico, esclusivo amico di Boudier. Seduto su una poltrona c’è un altro povero uomo. Boudier non vuole bene a Victor, vuole bene ai poveri. Ferito a morte da una volgare gelosia scappa via.
Boudier, fermo sulla soglia della porta, cerca di convincerlo a tornare dietro. La tromba della scale è una gola senza fondo, metafora del ponte fra sé e gli altri che Victor mai si deciderà mai a costruire.
Sapeste come è difficile per me dire sì. Non sono capace di dire sì. Mi sembra che sì sia la libertà stessa, la felicità”.

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