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Autore: 
Rainer Maria Rilke
Pagine: 
226
Categoria: 
Un singolare odore di vuoto

La poesia è un linguaggio compresso. Se si prova a esporre e “stirare” qualsiasi poesia, la prosa che ne viene fuori sarà doppia o tripla nel numero di parole usate dal poeta. Questo è forse ciò che rende le opere in prosa dei poeti piuttosto difficili da leggere. Non è da meno I quaderni di Malte Laurids Brigge, l’unico romanzo di Rainer Maria Rilke le cui parole riverberano echi e implicazioni.

In realtà è lungo appena duecento pagine, ma è - tra le altre cose - un'autobiografia, un diario di viaggio (Russia, Venezia, Parigi, Danimarca), una fantasia sul crepuscolo dell’aristocrazia europea, una serie di bozzetti storici con diverse vignette come quella su Carlo il Temerario, Ivan il Terribile o Eleonora Duse, e naturalmente è il taccuino di un poeta che tenta di affrontare questioni eterne come la natura della coscienza e il nostro bisogno di amore.

Completato nel 1909, quando Rilke aveva 34 anni, il libro prende la forma delle meditazioni di un giovane aristocratico decaduto che conduce una vita solitaria e impoverita. In realtà Rilke è cresciuto a Praga, figlio di una coppia esasperante e malandata. In forma romanzata si fa danese, con ricordi d'infanzia di grandi e gelidi castelli del nord, circondato da arazzi.

I Quaderni, discordanti e frammentari, provengono dall'epicentro del Modernismo e le sue reazioni alle contraddizioni del momento - come quelle di molte altre opere di milza romantica - potrebbero essere considerate eccessive.
Il giovane Malte, arrivato a Parigi all'età di 28 anni, vuole mettere alla prova la sua vocazione per la città. Come molti giovani scrittori, potrebbe aver confuso l'essere un parigino con l’essere un poeta.

L'asse della miseria è teso tra passanti senza gioia e flâneurs decadenti. "Sto imparando a vedere" ci rassicura, anche se la crisi di identità non ci mette molto ad arrivare. La sua visione è fisica; afferma di vedere l’angoscia rimbalzare dai marciapiedi e dalle vetrine dei negozi e di aprirsi nuovi spazi all'interno di se stesso. Quando cerca di descrivere quello che vede, Malte proietta la sua angoscia sugli uomini e le donne che lo circondano. Vede moltitudini ogni giorno; la folla lo colpisce e comincia a trovare nei loro volti non solo segni di usura urbana ma anche di incertezza: “Nessuno ci è di conforto, né si possiede alcunché: si vaga nel mondo con una valigia, una cassa di libri e senza neppure essere spinti da adeguata curiosità”.

Coloro che si sono trovati tra le mani i Quaderni di Malte Brigge ricordano una sfavillante fantasmagoria, una sequenza di scene reali e surreali che si riflettono sulle acque interne dell'immaginazione del poeta. I temi di Malte Brigge sono uguali a quelli di Rilke e i tentativi di Malte di pensarli possono sembrare come tante scalette di corda che sprofondano nell'aria: “è possibile che a dispetto del progresso tecnologico, della cultura, della religione, della sapienza universale, si sia rimasti alla superficie della vita?”.

La vita testarda si aggrappa ai chiodi che le sono rimasti, si tiene stretta alle pareti, rannicchiata sotto le travi…Tutto è qui. Tutto, per sempre.

Malte si sta alimentando sventolando i suoi timori e notando che bisogna intra-prendere una qualche azione contro la paura. Pagina dopo pagina, Rilke - come se fosse paranoico o dissociato - ripete la sua descrizione delle folle viscose:
“Oh Malte, noi passiamo e ho l’impressione che, distratti e occupati quali siamo, a questo nostro passare, poniamo poca attenzione. Come se cadendo una stella, nessuno la scorgesse, né si affrettasse ad esprimere un desiderio. Non smettere mai di desiderare, Malte. Ai desideri non si deve rinunciare mai. Non credo che tutti siano realizzabili, ma ce ne sono alcuni che durante una vita intera, il fatto che lo siano o meno perde d’importanza”.

Questo romanzo proto-esistenzialista presenta dunque un unico personaggio principale che è spaventato dalla possibilità dell’anonimato; cioè, è terrorizzato dal crollo del soggetto. Attraverso il suo alterego Rilke illustra la decadenza di una tale comprensione del sé e il caos che ne deriva. L’impianto è molto critico nei confronti della narrativa tradizionale in cui tutto avviene in un ordine logico, temporale e soprattutto teleologico.

Rilke esplora temi come la transitorietà e l'instabilità della memoria, la dissoluzione delle categorie concettuali del sé e dell'altro, l'interno e l'esterno, argomenti in cui è possibile vedere l’influenza di Nietzsche de La Gaia Scienza e di Così parlò Zarathustra.

Le voci passano dal passato al presente e al futuro in un ordine spesso casuale e disordinato. Non c'è nessuna "trama", sebbene ci siano frammenti di narrativa, ma nulla di sufficiente per parlare di una “storia comprensibile”. Per tutto il tempo si è nella mente di una persona che sta provando e fallendo nel dare un senso a tutto.

“In gioventù, mi schiaffeggiavano etichettandomi vile. Questo accadeva perché il mio aver paura era ancora immaturo. Ma da allora ho imparato ad avere paura, a patire di quella vera che cresce solo se cresce la forza che la genera. Non abbiamo idea di questa forza se non in relazione ai nostri timori, perché ci appare così inconcepibile e altamente ostile che la nostra psiche si dissocia nel punto in cui ci costringiamo a discernerla. Tuttavia, da qualche tempo, credo che quello sia la nostra forza”.

Schizzi come questi possono essere incorniciati per la loro criticità: “la paura che questo piccolo bottone della camicia da notte sia più ingombrante e pesante della mia testa; la paura che questa briciola di pane si tramuti in vetro; la paura che il frammento di una busta strappata sia qualcosa di proibito da celare alla vista altrui; la paura di tradirmi mettendo in piazza tutte le cose di cui ho timore; la paura di non riuscire a esprimermi perché ogni cosa è inenarrabile; e altre paure, altre ancora”.

Scena tratta dal film Mr. Nobody di Jaco Van Dormael, 2009

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