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Autore: 
Amélie Nothomb
Pagine: 
175
Categoria: 
Per causa di forza maggiore

Prétextat Tach è uno scrittore di ottantatré anni, insignito del Nobel alla letteratura. Biografi e cronisti, nonostante sappiano di doversi mettere in assetto da guerra per fronteggiare quest’ammasso di grasso con fama di dissacratore, fanno a gara per intervistarlo. L’amplificazione mediatica verso questo personaggio si deve alla notizia della sua morte imminente. Gli è stato infatti diagnosticato un tumore rarissimo, chiamato cancro delle cartilagini; una patologia che un medico aveva analizzato nel secolo XIX studiando una dozzina di casi in Guyana francese, tutti ergastolani per reati di violenza sessuale e omicidio. Gravelin, il suo segretario tutto fare, si incarica di selezionare i candidati. Eccoli in ordine di sparizione.

L’erogatore di metafore
Vuole che Tach gli parli della sua opera, ma parlare dei propri romanzi è una cosa stupida. Chiunque lo faccia riuscendo a sembrare fascinoso e modesto allo tempo stesso, non è un artista, ma una mezza manica.
C’è un personaggio di uno dei suoi romanzi che sembra il suo sosia. Si tratterebbe del venditore di cera che fa i calchi dei volti dei crocefissi, per il cronista, una metafora di tutto il lavoro di Tach. Ma che ne sa quell’idiota di metafore? Mai parlare di simboli al suo cospetto, a meno che non si tratti di chimica! La parola metafora significa qualunque cosa, quindi niente. Non lo si accusi di tale doppiezza. Le parole sono ingredienti sacri. Allora, si fissa il giornalista, la metafora sarebbe la cucina? No, la cucina è la sintassi. La metafora è la malafede: “è mangiare un pomodoro e dire che ha il sapore del miele, poi mangiare il miele e dire che ricorda lo zenzero...”. Ma uno scrittore che odia le metafore equivale a dire che un banchiere odia i soldi!

I costruttori di metafore vanno avanti per ore con il giochino dei rimandi traslati e arrivano al punto grigio piperno della non significanza. Perché i metaforizzatori si fermano solo se arriva uno di buon cuore a spaccargli la testa. E Tach è quell’animo magnanimo che si dà la pena di farlo. D’altra parte la comune gentilezza è solo insincerità. Nessuno è gentile gratuitamente: “la gentilezza disinteressata è irriconoscibile, inconoscibile, invisibile, perché un beneficio che dica il suo nome non è mai disinteressato”. Fuor di metafora: il primo giornalista è liquidato per abuso di allusioni…

Lo stomacato
La gastronomia è al centro della seconda intervista. Tach si prepara un alexander: una dose di crema di cacao, del cognac e al posto della panna fresca aggiunge una dose equivalente di latte condensato. A volte, confessa, ravviva il suo cocktail con una noce di burro. Quando si dedicava ancora alla scrittura non cucinava e mangiava cibi semplici come la trippa fredda. Ora la trippa la fa rosolare nel grasso d’oca e al posto del caffè forte che beveva in passato, preferisce il latte di gallina.

Cosa fa Tach durante il giorno, a parte preparare pietanze sane? Fuma il sigaro, guarda le pubblicità in televisione, organizza slalom sulla sua sedie a rotelle e strappa le brutte pagine dei classici... poi continua con la pratica dell’ingordigia: polpette di maiale cotte nello strutto, frittelle di cervello e stracotti di rognoni. Accompagna i pasti con un brodo fatto di cotiche e ossibuchi, ma non lo beve caldo, aspetta che si raffreddi, così il grasso si indurisce al punto giusto. Troppo: il giornalista scappa con una mano sulla bocca. L’istigazione al vomito ha funzionato!

Il pacifista
Sta per scadere l’ultimatum dell’ONU all’Iraq. Cosa pensa Tach della guerra del Golfo? Niente, non è né un pacifista, né un benzinaio. La guerra è cominciata sì o no? Sembra quasi che ci speri! Perché queste domande tautologiche: per caso serve ribadire che la guerra è sporca, che i giovani sono la forza del futuro? Tach ha in orrore le promesse non mantenute. Allo stato attuale delle cose la guerra è inevitabile; i soldati sono stati aizzati e ora devono scaricare.

I suoi libri sono più nocivi di una guerra perché mettono addosso la voglia di morire, mentre la guerra mette addosso la voglia di vivere. Insomma, gli chiede il giornalista, non può pensare che esistono persone intelligenti e sensibili che meritano di sapere chi è veramente Prétextat Tach? Che bisogno c’è, la gente acuta non chiede spiegazioni. Solo le persone volgari vogliono spiegare tutto, anche quello che non si può spiegare. Anche il terzo intervistatore è fuori gioco: senza munizioni, senza carburante!    

L’anatomico
Esordisce chiedendogli come si spiega lo straordinario successo della sua opera nel mondo. Se è così famoso è perché i suoi romanzi non sono affatto letti. Chiunque l’avesse fatto sul serio, l’avrebbe preso in antipatia. In sintesi: la gente non legge; o, se legge, non comprende; o, se comprende, dimentica.

Meglio cambiare argomento: cosa serve per diventare degli scrittori? L’organo più importante di uno scrittore sono i coglioni e i coglioni sono la capacità di resistenza alle falsità. Occorre anche un cazzo, che è la capacità di creazione. Un ano può servire? No, quello spetta al lettore. Ci vuole la mano, che è il luogo in cui si concentra il godimento delle scrittura. Non è forse illuminante che si utilizzi sempre lo stesso strumento per la masturbazione? Questo giornalista è romantico, pensa ci voglia anche un cuore. No, quest’organo non c’entra niente con la scrittura. Non al cuore come organo, ma come sede dei sentimenti. Tutte queste facoltà a carico di un muscolo piccolo e pieno di colesterolo? Intorno alla maniera di concepire la sfera degli affetti si chiude anche questo colloquio.
  
Poi arriva Nina, la rompiscatole impertinente, la racchiona ammosciacazzi. Umiliare le femmine supponenti che sfornano slogan ciceroniani è una cosa che lo ha sempre divertito. 
E’ noto che la donna nell’ideologia di Tach non esiste. Nei suoi ventidue romanzi ci sono ben quarantasei personaggi femminili. La prima cartuccia di Nina è la tortura verbale; inizia a elencarne tutti i titoli, partendo da quelli senza donne: Attentato alla bruttezza, La morte non è tutto, Perle per un massacro

Il record con ben ventitré personaggi femminili lo detiene Stupri gratuiti fra le due guerre. Poi ci sono Prosa della depilazioneCrepare senza avverbio, La crocifissione indolore, Il disordine della giarrettiera… e va avanti così, fermandosi sull’ultimo titolo, quello che mancherebbe alla conta. Gli chiede di aiutarla a ricordare il romanzo che sfugge all’appello. Tach si innervosisce e minaccia di strangolarla. Ecco la parola chiave, dice Nina: strangolamento!

Tach ha fatto credere al mondo intero che lui è l’ultimo discendente della sua famiglia, Nina invece ha indagato sul suo passato. Sono bastate delle ricerche elementari sul nome da ragazza di sua madre: Célestine, marchesa di Planèze de Saint-Sulpice. I suoi genitori sono morti annegati nel 1909 lasciando orfano un bambino di un anno. Lui si trasferisce con i nonni materni e con gli zii in un meraviglioso castello. Dopo due anni nasce una cuginetta, Léopoldine. Con gli anni i due diventano inseparabili.
Tach ha avuto tutto quello che un bambino può sognare; una grande tenuta, una famiglia che lo adorava, un’incantevole compagnia... Se è vero che gli avvocati invocano un’infanzia infelice come giustificazione ai reati che trattano, è altrettanto vero che “anche un’infanzia troppo felice può servire da circostanza attenuante”.

Tach e Léopoldine vivono come degli eletti, però quando arrivano alla porta dell’adolescenza, cominciano a chiedersi per quanto tempo può ancora durare la loro felicità. All’età di quattordici anni Tach architetta uno sconsiderato e innaturale piano: convince la cugina che la pubertà è il peggiore dei mali e che va pertanto ostacolata. Lei gli è devota a tal punto che asseconda il suo progetto. Per rendere i loro corpi inadeguati all’adolescenza, inventa una serie di insane e deliranti misure che chiama igiene dell’eterna infanzia: divieto di dormire, se non due ore al giorno (convinto che la pubertà colga nel sonno); passare più tempo possibile a nuotare nel lago, anche in inverno (sicuro che la vita acquatica trattenga l’infanzia); mangiare lo stretto necessario, evitando i cibi di color nero...

Tornando al titolo che mancava, Nina vuol sapere da Tach perché proprio quel romanzo (pubblicato venticinque anni prima), sia rimasto incompiuto. Non è strano che proprio subito dopo sia entrato in menopausa letteraria? Perché, metafisicamente parlando, quell’incompiutezza è un romanzo?

Nessuno ha mai pensato che quel romanzo fosse un’autobiografia solo perché il personaggio principale è bello da mozzare il fiato. Nina ha disseppellito una foto del 1925, dove Tach, diciassettenne, è immortalato insieme a Léopoldine: i due sono alti, magri, asessuati nei lineamenti, due figure di una bellezza sovrannaturale.

Tutte le porcherie della vita vengono dall’utero, questo è il dogma del premio Nobel; quindi nell’istante in cui le donne diventano femmine, devono morire, devono essere eliminate. Nella sua visione delle cose le bambine il giorno della pubertà lasciano la vita pura per diventare il centro di quella volgare attività che è la riproduzione.

Tach è stato un gentiluomo, ha ucciso la cugina il giorno delle sue prime mestruazioni. Era l’alba del 13 agosto 1925. Avevano dormito nella foresta. Stavano facendo il bagno nel lago, irreali e lividi di felicità. Poi la natura e gli ormoni si misero di mezzo. Dalle gambe di Léopoldine emerse un sottile filo di fluido rosso. Tach non ci pensò due volte a restituirla alla vita eterna. Non ci fu bisogno di parlarsi. Successe tutto molto in fretta. Prese fra le mani quel suo collo delicato; le sue cartilagini si arresero dolcemente. 

Visto che Igiene dell’assassino (Nina tira fuori il titolo) descrive fatti veri, perché non dargli la conclusione reale, perché lasciarlo incompleto? 

Visto che nessuno legge i suoi romanzi (escludendo debosciati, vegetariani, masochisti e studenti che scodellano tesi dai titoli ipersofisticati), avrebbe potuto confessarsi senza correre nessun rischio. Quale soddisfazione migliore per un iconoclasta come lui tirare la coda alla giustizia in cambio di una dimostrazione che più spassosa non si può? La critica invece, che ama la lettura che non lascia macchie, salutò quel romanzo come una metafora onirica del peccato originale.

Prendiamo il verbo amare così come lo usano i compilatori di grammatiche. Non è strano che sia scelto come paradigma il verbo dal significato più inesplicabile? Non sarebbe meglio un verbo come giocare, torturare, dimenticare o perdonare?

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