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Autore: 
Paola Presciuttini
Pagine: 
194
Categoria: 
Qualcosa di simile a un viaggio fatto a piedi

Leggere e scrivere sono due facce della stessa medaglia, un po’ come inspirare ed espirare, vanno fatti insieme”.

Nazim è un ambulante, vende merce casa per casa. E’ in gamba ed è il maggiore di quattro fratelli.
E’ in Italia dal tempo dei pionieri, quando in Europa ancora si arrivava in macchina passando lo stretto di Gibilterra e quando la parola Marocco evocava solo oasi e cammelli.
Suona al campanello di Beatrice Pucci quella mattina.
Lei gli chiede se ha del fumo. Un’altra che pensa che un marocchino in Italia non possa far altro che spacciare. Altro che canovacci e lenzuola, gli italiani forse hanno più bisogno di canne che di tovaglie!

Si sono conosciuti così Beatrice e Nazim, sulla soglia di quel suo monolocale al pianterreno che sembra più un garage.
Federe e calzini sul tavolo, l’idea eccitante e assonnata di far entrare uno sconosciuto in casa, un uomo senza compleanno, un capricorno, nato il primo gennaio come tutti quelli che arrivano in Italia a “cercare fortuna”, un vo’ cumpra’ che dopo due tiri sembrerà un gabbiano in una discarica

Nazim al suo paese ha due mogli e tre figlie. Amina, la più piccola ha deciso di non mandarla a scuola, vuole che si mantenga pura e felice; per lui i libri insegnano solo a ingannare. Quando era piccolo erano i Gibran, i profeti della parola che dal deserto raggiungevano la Kasbah, a parlare alla gente e a recitare poesie, in mezzo alle gigantesche vasche delle colorerie.
Secondo Nazim se la scrittura non fosse stata inventata, la gente si capirebbe meglio. Gli italiani parlano troppo e non sanno fumare. Per loro non si tratta di una tradizione. Per fumare bisogna lasciare i pensieri lontani.

Beatrice non si era mai fatta domande serie su quelle vite che scorrono parallele alle sue. I pulivetro lasciati dietro i semafori verdi erano i suoi unici contatti con gli immigrati fino a quel momento.

Come si fa a pensare senza saper scrivere?
Per vendere la benzina non devi convincere nessuno, non serve leggere e nemmeno scrivere; quello che conta è conoscere bene i numeri. Nazim sogna di poter un giorno tornare in Marocco e prendersi una pompa di benzina, già si vede con la sua bella tuta blu.
Per ora abita in una casa con i materassi ammassati sul pavimento fra i colli di Grosseto.

E’ un mago con i numeri. Non li scrive, ma li conosce, li ama. Con loro ha un rapporto elettivo. Non tradisce le sue origini. Dopotutto le cifre arabe sono arrivate in Occidente solo nel XII secolo.

Nazim sorride. Dalle sfumature terrose della sua carnagione si può vedere tutto il suo mondo e le notti d’infanzia passate a guardare le stelle. Ha un corpo giovane e tonico, con qualcosa di antico nel modo di muoversi, una sorta di lentezza attenta, millenaria.
Non conosce abbastanza bene l’italiano da poter trovare una parola adatta a descrivere il gusto del suo tè, il sapore di tutto il tempo che ci mette per prepararlo.

Nazim tiene la penna stretta forte nel pugno, così come terrebbe l’herrez, il bastone che un tempo, alla moschea, si dava ai viaggiatori perché tenesse lontano il dolore.
Sul foglio c’è già la B, la B di Beatrice, che ha deciso di insegnargli a scrivere.

Da quando ha iniziato a frequentarlo qualcosa nella sua percezione del tempo sta cambiando. Tutto con lui ha la forma del rito: farsi una canna, mettere l’acqua sul fuoco.. I minuti non sono più api imbizzarrite, ma hanno luogo lentamente, sono autonomi e non subiscono i nostri assilli.

Beatrice è completamente presa da quest’alfabeto che le attraversa il corpo. Sarà pura esaltazione, saranno gli ormoni, non vuole che le si scateni l’ansia dentro. A dirle che l’euforia è l’altra faccia della paura ci pensa già il suo psicologo.

Acca è una lettera strana: va messa ma non va pronunciata, serve in qualche modo ad appesantire. E’ difficile da spiegare ma lei ci prova comunque. “A casa” e “ha casa” sono due cose diverse: nel primo caso significa andare in un posto, nel secondo, che qualcuno possiede una casa. Ma allora basta solo un’acca per comprare una casa?

A quella piccola mansarda Nazim inizia a farci l’abitudine. La sua prima moglie l’ha sposata per amore. Jasmine, la seconda moglie, è bella come un disegno.
Ora Beatrice. E’ la prima volta che conosce una donna italiana così restia a concedersi. Gli sembra di essere tornato ragazzino. Poi Beatrice sorride, non è come le altre italiane che ha conosciuto, che ridono, ma non sanno sorridere. Potrebbe prenderla con la forza, ma non lo farà, ha imparato a fare l’amore guardando gli animali. Capisce i segnali, se la femmina non vuole, non vuole. E’ fiero di stare sulla soglia.

La Effe di Fatima, la figlia di Maometto.
Dietro Beatrice si apre una distesa di cose che nessuno oserebbe immaginare. La gente guardandola vede solo una ragazza alta con un culo muscoloso e i capelli “corvo imperiale”. Eppure nessuno sa che qualcuno tanti anni fa le ha regalato un rasoio da barba. Sulla sua carta d’identità si sono scritte troppe cose, nessuna delle quali la convince.
Nell’adolescenza sognava di fare il poeta, convinta di avere un carattere abbastanza forte da poter sostenere una vita che oscilla fra le polvere e le stelle. All’inizio del liceo fu il suo corpo invece a rivoltarsi, a chiederle di fare qualcosa.
Dopo un po’ è arrivato Sirio, un uomo affascinante che l’ha aiutata ad arrivare sulla soglia del suo nuovo corpo.

Forse è ora di lasciare definitivamente il professore, Sirio Cancelli, relatore della sua tesi, suo affittuario, nonché suo amante da circa dieci anni...
Non si vedono da un po’. Lei gli ha chiesto del tempo. Ha da lavorare alla sua “diversità”. Sbalzi di umore, una bocca diventata più morbida, il doloroso ricordo delle ombre scure sul mento… E’ da diverso tempo che non riesce a fare sesso, a volte è su di giri, a volte triste. Non riesce ancora a capire cosa le sta succedendo, cosa sta succedendo al suo corpo.

L’organo condannato all’invisibilità Beatrice lo porta nascosto, incastrato fra le gambe. Lo avrebbe staccato già da tempo se Sirio glielo avesse permesso. Lui non le ha mai chiesto di “trasformarsi”.
Se si fosse operata sarebbe diventata solo una donna venuta male, invece così è il simbolo della perfezione, il Tutto. Aveva chiamato in causa tutte le sue fonti classiche per convincerla a rimanere in quel limbo: dall’androgino di Platone, a Dio stesso, che, secondo lui, aveva un corpo femminile e maschile insieme. 
Ma a Nazim non importeranno certo queste stupidaggini filosofiche! Lui vuole una donna tutta intera!
Nazim non conosce la verità, mentre Sirio sì. E Sirio ama anche il maschio che c’è in lei. Nazim vuole cose tangibili. Nazim è diverso solo quì, in Italia, mentre lei è straniera ovunque sulla terra. Quelli come lei, i trans, sono senza regno.

Forse è tutto solo un inganno, come il filo di finto oro dei bicchierini marocchini.

I farmaci le hanno infilato il cervello in una specie di busta di plastica. Il cerchio del sole è rotondo per tutti. Portare il proprio corpo (in-compiuto) a navigare nell’oceano dell’idenità. Beatrice a volte vorrebbe solo sparire da questo mondo pieno di mimose che fioriscono.

La favola del giovane Orchis (una versione del mito greco) racconta di un giovane al quale un giorno spuntarono due meravigliosi seni femminili. Era così bello che pure le stelle si fermavano a guardarlo, ma lui, per la disperazione di non sapere più chi fosse, si buttò da una rupe. Nel luogo in cui cadde gli dei fecero spuntare un prato di orchidee, i fiori a lui dedicati.

Video tratto dal film "Gadjo dilo - Lo straniero pazzo" di Tony Gatlif

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