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Autore: 
Eugène Ionesco
Pagine: 
157
Categoria: 
L’angoscia metafisica non va trattata

Il protagonista è un tale con un’anomalia filosofica al cuore che ha deciso di non darsi un nome. Per capriccio o chissà per affiancarlo nella battaglia inti-misticamente speculativa che lui ingaggia nei confronti del-mondo-e-di-se-stesso, ho deciso di dargli un sopra-nnome, lo chiamerò Coso

Questo Coso, poco prima di compiere i quaranta, riceve una bella eredità, cosa che gli consente non solo di lasciare il lavoro (un posto da impiegato semplice in un piccola ditta), ma anche la misera stanza in cui aveva vissuto fino a quel momento. Grazie a questo lascito può finalmente vivere nel più completo disimpegno, senza più il massacro della routine: “per precauzione mettevo la sveglia sul comodino, ma mi svegliavo sempre o quasi sempre qualche momento prima che suonasse. Era come se la suoneria della sveglia spaventasse il mio inconscio”. Mai più le file per i turni mattutini fuori al bagno dell’albergo, mai più le corse per trovare ancora disponibile il foglio ingressi dei dipendenti. Addio alle minacce del capo, addio a Jacques, il suo dirimpettaio in ufficio, un uomo colto, con manie ideologiche, che lo faceva sentire responsabile di tutti i mali generati dal sistema
Coso è un uomo stanco e disilluso che desidera non avere desideri. Non gli piacciono i volti che esprimono la diffidenza muta. Un uomo senza progetti né colpe precise, se non quella di Pensare al Senso della Vita, la domanda che già durante l’adolescenza l’aveva impressionato come il Grande Mistero Universale! Certo, il perché dell’esistenza è un interrogatativo che capita a tutti. Tutti poi però impariamo a prescinderne per andare avanti. Non che il fatto sia dimenticato, decidiamo di non tenerne conto, ci adattiamo a questa mancanza. Da piccolo Coso non era un ribelle, ma nemmeno un rassegnato; né triste, né felice, c’era e basta, aveva una terra sotto ai piedi, un cielo sopra la testa e c’erano le leggi a governare il mondo. Forse avrebbe potuto essere un matematico, ma non è riuscito negli studi.  
Ora può invece pensare a come investire il suo denaro, è ancora giovane, può ricominciare daccapo. Inizia comprandosi una casa nell’immediata periferia di Parigi. Poi l’arreda piano piano: doppie tende rosse ornate di fogliame verde, utensileria con un motivo a rose, divani azzurri e paralumi arancioni... L’ozio è preferibile al lavoro, ma come usare il tempo a disposizione? Cercare una governante, girare nel nuovo quartiere, conoscere i vicini, prendere tutti i giorni l’aperitivo in un caffè diverso, la quotidianetà può essere appassionante, esplorare, studiare il modo in cui sono fatti i mobili... un viaggio in Giappone o in America del Sud.
Quando non resta altro da fare che pensare, una mente così sensibile come quella di Coso non può non deragliare. Le sbarre del lavoro l’hanno solo liberato da una piccola gabbia che si è aperta a una gabbia più grande, ma pur sempre una gabbia. Cosa c’è oltre l’orizzonte? Come è possibile concepire uno spazio infinito quando non riesco nemmeno a pensare a uno spazio finito, a un sistema chiuso? E se quello che è dato come limite fosse qualcosa che semplicemente Io non posso pensare, Io non posso vedere? Meglio non pensare a niente, dice Coso. La terra è un globo all’interno di un altro globo che probabilmente si trova all’interno di un altro globo... Provare a immaginare tutte queste finitezze legate le une alle altre all’infinito fa ammattire! Come fa tutta quella gente a parlare, correre, a lottare? Se tentasse veramente di concepire l’inconcepibile smetterebbe di muoversi. Non esprimere giudizi su nulla! Dimenticare quello che c’è oltre l’orizzonte! Al quarto bicchierino Coso continua a ripetere a se stesso che è inutile filosofeggiare, specie se non si è grandi Filosofi, meglio opporre il comico scudo del non-pensiero all’ipnotico tetto-del-mondo.
La gioia può scoppiare da un momento a un altro. Sì, c’è la bellezza della polvere, i volti, le loro scintille, le facce intasate di vita... tante identità con tanti pensieri identici! Lavarsi è come subire una violenza. La vasca piena di acqua sembra una tomba! Anche l’algebra conduce alla morte! Hanno inventato l’aritmetica, la geometria, hanno costruito macchine, edificato società, immesso religioni e guerre: dimenticare l’assoluto, accontentarsi, vivere… “Nessuno è colpevole di niente. Oppure tutti lo sono di tutto: il che è lo stesso”. 
Sono queste stupide cose che impediscono a Coso di prendere gusto alla vita. E sprofonda nel divano, un cognac, si alza, va alla finestra, un altro cognac, poi di nuovo disteso, avanti e indietro per i corridoi, è il momento di scendere, di animarsi, darsi un tono, c’è la portinaia che si acquatta dietro le tendine nell’androne del palazzo e lo fissa annerita tutte le volte che risale le scale, un altro vermut, essere al ristorante agli orari concordati con la cameriera, un posto non lontano da casa dove mangia, beve vino, e vive le sue sessioni di estraneazione. Nella dilatazione alcolica dell’io riesce ad avere quelle esperienze, che quando era poco più che ragazzo avvenivano in fretta, era cioè in grado di evocarle più facilmente, come un’intuizione che convoca l’assoluto, una capacità di richiamare l’altrove. In quelle occasioni Coso ricorda di aver visto una specie di alone luminoso, luce nella luce. Quei vaghi segnali all’epoca gli sembrarono sufficienti per poter sperare in un futuro di avvicinarsi un poco in più alla verità, gradualmente, scia dopo scia, esperienza dopo esperienza, arrivare perfino a comprenderla la verità. Ora invece per avere quelli che lui chiama impulsi verso la gioia, dei soprassalti di felicità; deve ricorrere all’alcol, il cui stato di grazia non solo è precario (questi attimi di gaiezza sono privi di forza sufficiente e cadono facilmente), ma anche pericoloso (può prevalere la visione contraria e ricomparire il muro).

Coso ha un metodo per allontanare la paura e la tristezza. Consiste nel guardare gli oggetti e le persone con maggiore attenzione possibile, concentrarsi su di loro e d’un tratto averli davanti come fossero delle novità, quasi delle entità venute da un altro pianeta. Sì, bisogna sforzarsi di vedere il mondo e la gente nei loro aspetti insoliti e magici. Recuperare la meraviglia e la stranezza del primo contatto con le cose. Togliere realtà alla realtà, amplificare quel residuo fino al punto in cui questo perde di consistenza, fino a diventare irreale; sforzarsi di non capire più le parole, assecondare l’indistinto; fare in modo che il rumore di fondo diventi un tappeto sonoro e per qualche istante sentirsi al di fuori di questa scena, come crearla, produrla, riempire lo spazio di tutta la propria realtà interiore. Dove ci troviamo? C’è la mia mano, ci sono i coltelli, le forchette, i bicchieri, ma non sono più il coltello, la forchetta.. che farsene di questa cosa che si chiama bicchiere… questa cosa in cui si versano dei liquidi che ti vanno in bocca, quel buco dove si mettono le cose che escono da altri buchi! Guardare le cose dal punto di vista di un morto, se possibile. Il gesticolare delle persone si trasforma in qualcosa che somiglia al gesticolare ma non più il gesticolare, è un non so cosa. Che cosa significa chiedersi che cosa significa? Gli altri sono altri Io come lo sono Io, o sono diversi da me, sono altro? Per qualche istante siamo ancora al di fuori, ma poi basta un sì detto alla bistecca in arrivo per essere risucchiati nella normale normalità, dove le cose hanno funzioni normalizzate, e gli uomini sono solo dei nodi di energie contraddittorie che la morte viene a sciogliere.    

Nulla é banale. Bisogna avere per le cose un misto di interesse e distacco, incuriosirsi. L’umano è questo. La parola umano fa morir dal ridere! E’ così che si vive. Ma questa cosa che Coso sa, non la sa abbastanza. Ci crede per un po’, poi sempre meno, infine non ci crede per niente.

Quando fuori sembra iniziare una sorta di rivoluzione civile, si accendono tumulti in piazza, si vedono armi che rivendicano una società più giusta, non si capisce bene se queste risse e raffiche, i feriti e gli sbarramenti fin sotto casa sua, siano solo un’allucinazione di Coso o delle cose reali.
Sta di fatto che decide di barricarsi in casa con scorte di cibo e bottiglie... tanto Coso la disgrazia ce l’ha già dentro.

Il mnemonista di Paolo Rosa

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