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Autore: 
Thomas Bernhard
Pagine: 
103
Categoria: 
Scaccomatto a Dioniso

I protagonisti del romanzo non hanno un nome. Chiamerò Jans lo scienziato intellettuale, nonché io narrante e Zahra la persiana di Shiraz.

Jans vive da circa dieci anni in campagna, in un villaggio dell'Alta Austria. Un posto ignorato dal progresso dell’industrializzazione, arretrato socialmente e culturalmente, orientato in senso quasi esclusivamente agricolo. La gente della zona è fredda, ottusa e meschina nei sentimenti; sospettosa e spietata nei riguardi dello straniero; parla sempre e solo di agricoltura, tant'è che per fare conversazione con la gente del posto, Jans si è abbonato al settimanale Corriere agricolo. In un posto simile, lo straniero, per quanto compiacente e sempre ben disposto, dagli indigeni viene sempre e comunque considerato un intruso, quindi maltrattato e offeso.
Jans si trasferisce in campagna anzitutto a causa di una malattia polmonare (il medico gliel’aveva prescritta come sua unica possibilità di sopravvivenza) e poi per dedicarsi ai suoi studi scientifici, lontano da distrazioni. Da sempre, però, vive come una punizione quel trasferimento; per lui la campagna è rozza e malvagia, ma è praticamente per lui la possibilità di esistere. Lui esiste perché vive in campagna: se lo ripete ogni giorno da dieci anni.

Ne sarà valsa la pena? Sacrificare la città per un'esistenza morbosa e malata, per un lavoro fallito che lo ha condotto all'alienazione più profonda. In fondo Jans si rassegna al fatto che si deve esistere, a volte anche contro la propria volontà e soprattutto conoscendo il punto d'arrivo sin dall'inizio, la morte. Tutto, in ogni uomo, è soltanto un evitare la morte. È così che sembra condurre la sua vita Jans.
Eppure sa che la vera malattia che lo tormenta ha radici soprattutto in quell'ambiente totalmente privo di spirito e che pare abbia un unico scopo, annientarlo: intorno a lui nient’altro che grettezza e volgarità.
La vita sociale e politica di quegli anni è ingiusta e ripugnante, secondo Jans; in Austria come in tutta Europa hanno preso il sopravvento avidità e ipocrisia e regna ormai una scarsissima sensibilità per i problemi concernenti lo spirito, alla cui distruzione i potenti lavorano senza scrupolo: la brutale caccia alle teste pensanti che ne consegue, testimonia in maniera spaventosa che i sogni di un mondo guidato dallo spirito sono stati traditi! Questa consapevolezza ha contribuito senz'altro a dare il colpo decisivo a quella che è stata la peggiore crisi della sua malattia: una profonda depressione che ha stravolto completamente la sua interiorità e lo ha portato ad una segregazione volontaria di ben tre mesi.

L'ultimo anno era stato particolarmente difficile. Da sempre la filosofia di Schopenhauer e la musica di Schumann sono la sua àncora di salvezza nei momenti di crisi profonda, ma con le depressioni di quell’anno né Schopenhauer, né Schumann avevano funzionato. Il sentirsi morto nello spirito e nell'udito anche di fronte alla filosofia e alla musica dei maestri prediletti, lo costringono, come se non avesse altra scelta, un pomeriggio di fine ottobre, a uscire di casa in uno stato di angoscia totale e correre da Moritz...

Moritz è suo amico, il suo unico amico in quel posto infame. È un agente immobiliare di origine modestissima, molto bravo nel suo mestiere: compra e ri-vende case e terreni. Lo ha conosciuto appena trasferitosi. Moritz ha venduto una casa anche a lui, un rudere umido senza porte né finestre, che lui stesso, nel giro di un anno, aveva trasformato in una casa accogliente. Aveva predisposto una stanza dei libri (destinata alla lettura e allo studio dei testi scientifici per la sua ricerca) e accanto, quella che lui chiama la stanza dei ragni, dedicata alla musica.
Moritz non è ben visto dalla gente del posto che in senso spregiativo lo chiama sensale. Tutta invidia, pensa Jans! Perché dietro al fisico massiccio e a un'apparenza brutale e fredda di scaltro uomo d'affari, Moritz nasconde una sensibilità estrema, ne ha avuto prova in diverse occasioni.

Quante volte era corso da Moritz in preda alla disperazione, come si va da un medico, in cerca di rimedi e sempre Moritz, in maniera del tutto inconsapevole, come un salvatore, lo aveva riportato ad un rassicurante equilibrio psicofisico. Perché a un certo punto la solitudine fisica e morale diventa insostenibile e l'unica cosa sensata sembra essere confessarsi a qualcuno.
Come quel pomeriggio di fine ottobre, dopo tre mesi di totale isolamento, in preda ad uno stato di inguaribile afflizione, Jans corre da Moritz per svelargli quella sua infermità psico-affettiva, tenutagli nascosta fino a quel momento. È in preda ad una strana eccitazione. Prende posto come sempre nell’angolo vicino alla porta d’ingresso dell’ufficio, quella che lui chiama la stanza dei classificatori; Moritz gli sta seduto di fronte, immobile e muto. Lo ascolta senza mai interrompere quegli sfoghi violenti e insensati, quegli insulti confusi: una scenata di pura follia, al culmine della quale Moritz si alza, si avvicina alla porta e annuncia gli svizzeri
Si tratta di una coppia di clienti che ha acquistato un terreno, intenzionata a trasferirsi lì. Lui è un architetto e ingegnere di fama, costruttore di centrali elettriche. La sua compagna, Zahra, è persiana, indossa una pelliccia nera, consunta dal tempo, lunga fino alle caviglie e il gran collo alzato fin sopra la punta dei capelli. Sono insieme da circa quarant'anni.
Moritz coinvolge subito Jans nella conversazione sottraendolo a quel delirio che chissà quale epilogo avrebbe avuto. Lo invita a cenare assieme ai suoi clienti.
Jans rimane come folgorato da quella donna. Ha l'impressione immediata che potrà offrirgli quel contatto intellettuale da lui tanto desiderato e in assenza del quale più volte aveva preferito l'isolamento. Si accordano per incontrarsi il giorno seguente e fare una passeggiata nel bosco di larici.

Anche quel pomeriggio era corso da Moritz per essere salvato e dall’incontro con gli svizzeri, anzi con la persiana, giunge il tanto sperato sollievo. Già dal giorno seguente Schopenhauer e Schumann tornano ad essere suoi interlocutori: Il mondo come volontà e rappresentazione, per lui un testo di riferimento fin dalla giovinezza, lo rende di nuovo felice e la musica di Schumann torna ad essere un'esperienza autentica. La stanza dei libri e la stanza dei ragni gli spalancano di nuovo le porte. Riprende anche i suoi studi di scienze naturale e finalmente, dopo settimane insonni, ricomincia anche a dormire di notte.
Jans non ha dubbi: gli svizzeri sono comparsi lì, in quel posto e in quel momento per la sua salvezza. Quell’anno la malattia aveva raggiunto il limite della sua capacità di sopportazione; non sarebbe sopravvissuto a quell'ultima crisi, ne è certo. Nessuna coincidenza, non era un caso, gli svizzeri avevano rappresentato la svolta: che pensiero assurdo... Ma certo è che i pensieri assurdi sono i pensieri più chiari e anche i più importanti.

Jans apprende da Moritz molte notizie sugli svizzeri. Si era perso una serie di cose accadute evidentemente nel periodo della sua reclusione.
Lo svizzero, ormai all'apice della carriera, tre anni prima, a Caracas, in Venezuela, aveva deciso di trasferirsi in Austria e aveva già preparato il progetto per la casa.
A Moritz era sembrato molto strano il grande entusiasmo dello svizzero per quell’orribile fondo, umido e freddo, in mezzo al bosco e vicinissimo al cimitero, per il quale aveva pagato un prezzo altissimo. Nemmeno l’impossibilità di uscire di casa durante tutto l’inverno, a causa della neve e della palude tutt’intorno, ne aveva scalfito l’entusiasmo. Nessuna contrattazione sul prezzo per quel terreno ritenuto ormai invendibile dallo stesso Moritz, mostrato a centinaia di persone senza alcun risultato. Eppure gli svizzeri avevano vissuto per decenni in paesi ridenti e soleggiati e adesso quella scelta... Inoltre quell'incomprensibile euforia strideva fortemente con il silenzio della sua compagna (sempre infagottata nella sua pelliccia nera, quasi soffrisse all’idea costante di dover gelare!) alla quale mai si era rivolto per un parere o il consenso all'acquisto. Come se lei non avesse avuto alcuna influenza o potere decisionale, eppure si trattava di una scelta importante: il terreno dove costruire la casa per la vecchiaia, l’ultima fase della vita di entrambi.
La notte stessa, dopo aver definito l’acquisto del fondo, lo svizzero era ripartito lasciando la compagna sola in quel villaggio tetro e retrogrado. Per il momento alloggiava in un albergo, in attesa della costruzione della casa. Moritz, allora, ogni sera la ospitava a cena e Zahra, ben contenta, raccontava un po’ di lei e della sua vita: era diventata loquace dopo la partenza del compagno...

Zahra appartiene a una famiglia molto in vista della migliore società iraniana.
Per lei il tedesco è una lingua straniera. Era cresciuta a Mosca, aveva studiato all’università di Parigi, dove aveva conosciuto lo svizzero, più grande di circa dieci anni. Contro la volontà dei genitori, avevano cominciato a vivere insieme e a girare il mondo. Da quel momento, diciannovenne, aveva rinunciato ai suoi studi di filosofia, sacrificando le sue aspirazioni per dedicarsi esclusivamente alla carriera del compagno. Aveva subordinato se stessa allo svizzero, rinunciando alla possibilità di sviluppare il proprio talento. Era stata una scelta. Da donna asiatica, sacrificare se stessa per l’uomo che si ha accanto, pareva cosa del tutto naturale. Era questo il senso della sua vita, il compito da realizzare: gestire il talento del compagno, con l’ambizione di portarlo a livelli altissimi. Talento che altrimenti non avrebbe raggiunto alcuna vetta! Che fortuna lo svizzero: incontrare al momento giusto la persona giusta. Sarebbe stato un mediocre se a Parigi non avesse incontrato lei.
In più di quarant’anni aveva costruito quattro grosse centrali, una per decennio. E il contributo di lei era stato decisivo. Jans ricorda le foto che lo svizzero aveva mostrato con orgoglio durante il loro primo incontro da Moritz: mentre stringe la mano alla regina d’Inghilterra, al presidente americano, allo scià di Persia e al re di Spagna. Mancava una foto, aveva pensato Jans, quella col presidente del Venezuela! Era cominciato un altro decennio, il quinto, mancava la quinta centrale... e in effetti, lo svizzero era partito nuovamente.

Intanto Zahra diventa per Jans compagna di passeggiate, di pensiero, di conversazioni intellettuali e filosofiche, una persona che lo rigenera completamente e da silenziosa qual era in presenza del compagno, rivela un gran bisogno di parlare...
In Zahra ritrova un contatto necessario allo spirito, a cui ormai da anni aveva rinunciato; se ne era allontanato volontariamente, pur sapendo e talvolta temendo le conseguenze di quella scelta. Non ricorda più da quanto tempo non gli capitava di conversare con qualcuno in quel modo. Ormai, quasi non ci sperava più. Non è più depresso, gli torna la voglia di... come ricevere in dono una nuova possibilità di vivere.

Ben presto Jans diventa per Zahra ciò che Moritz e la stessa Zahra erano stati per lui: la salvezza. Anche lei, come Jans, ne ha piena consapevolezza. Anche lei, da anni ormai, non incontrava qualcuno in cui riconosceva una tale consonanza spirituale!
In una delle passeggiate nel bosco, Zahra, disperata, gli apre cuore e mente e proprio come aveva fatto lui con Moritz qualche giorno prima, è altrettanto brutale e impetuosa. Si confessa; è l’unica cosa che le pare sensata. Lo svizzero rappresenta la sua volontà di auto-annientamento, la sua voglia di offendere se stessa. Lei aveva amato in lui il genio, il talento e la possibilità di svilupparli. Mai aveva amato l’uomo e il suo carattere, anzi, da sempre ne provava disgusto. Già vent’anni prima aveva sentito di aver soddisfatto ciò a cui era destinata e allora tutto era diventato spaventoso. Lei, raffinata e colta, si sentiva una persona fallita ed è così che appariva!
Lo svizzero, crudele e disumano aveva un obiettivo: sbarazzarsi di lei, della sua compagna asiatica, ormai inutile. Con grande coerenza ne cominciava la cancellazione costruendo una casa disumana, dietro al cimitero, contro di lei. L’abbandonava. Un’infermiera venezuelana aveva suscitato il suo interesse. Sarebbe dovuto rientrare alla fine di novembre, di fatto un’altra costruzione lo stava impegnando, quella in Sudamerica!
Quel luogo era perfetto per raggiungere il suo scopo: punire lei per vendicarsi della sua speculazione! E lei? Osserva insensibile, tace e lascia fare, senza più alcun potere, senza più alcun desiderio. I suoi motivi esistenziali son perduti per sempre, a lei il destino non concede alcun dono.

La parola con cui si conclude il romanzo è esattamente quella che ne dà il titolo: Sì.
è affermazione, accettazione; indica nell'uomo desiderio, creatività, impulso alla vita. È spirito dionisiaco: Dioniso, il dio dell'ebbrezza e della gioia, il dio che canta, danza e ride, bandisce ogni rinuncia, ogni tentativo di fuga di fronte alla vita. È superamento del nichilismo, è Nietzsche che squarcia il velo di Maya superando il pessimismo di Schopenhauer. È l'accoglimento totale ed entusiastico della vita in risposta all'aut aut fondamentale tra l'accettazione della vita e la rinuncia alla stessa.
Ma il Sì di Thomas Bernhard è l'accettazione di una solitudine definitiva, di un malessere estremo conseguente alla comprensione del fatto che le domande della mente non sempre trovano risposta nella realtà. E la delusione di tali aspettative procura all'uomo una tale sofferenza (quella che i tedeschi chiamano weltschmerz, dolore cosmico), di fronte alla quale diventa necessaria una spinta vitale per ripristinare il circuito che talvolta s'interrompe e tiene in scacco Dioniso!

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