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Autore: 
Elena Ferrante
Pagine: 
184
Categoria: 
Se ti trovi in una buca piantala di scavare

Il giorno del suo compleanno a Delia arriva la notizia della morte di sua madre, trovata annegata da due ragazzi in una località vicino Minturno chiamata Spaccavento. Il suo corpo nudo è stato avvistato a due metri dalla riva. Non sono state ritrovate le cose con cui era partita per andare dalla figlia a Roma: la borsa con i documenti, le scarpe, le mutande, il tailleur blu, l’unico che la madre aveva, quello che metteva nelle occasioni importanti, il tailleur a cui Delia da bambina attribuiva un’energia, la forza di portare la madre fuori di casa, lontano da lei. Aveva indosso solo un reggiseno, non di quelli sformati e consumati che usava normalmente, ma uno costoso, di pizzo, con le coppe tenute insieme da tre V ricamate, stemma di un negozio di biancheria di lusso del Vomero.

Amalia aveva lasciato Napoli due giorni prima e aveva telefonato più volte alla figlia durante il viaggio. Nella prima telefonata la madre le era sembrata confusa, fuori controllo, rideva sguaiatamente. Nella seconda le aveva sbraitato delle oscenità in dialetto dalla cornetta, riagganciando subito e lasciando Delia senza risposta in merito a dove si trovasse e con chi fosse. Nell’ultima telefonata le era sembrata spaventata, diceva che c’era un uomo che la stava inseguendo.
Da quando Delia è arrivata a Napoli non si è fermata un attimo. Per le pratiche necessarie ad avere un posto al cimitero, è passata per uffici caotici insieme allo zio Filippo, il fratello della madre.
La madre era molto affezionata a quel suo fratello sbruffone e rissoso che qualche anno prima aveva pure perso un braccio lavorando in un’officina in periferia. Delia non sopporta che si sia sempre schierato dalla parte del cognato. Eppure ha visto la sorella gonfia di botte centinaia di volte! Delia, le rammenta lo zio, non ricordi la frutta che arrivava a casa gratis ogni giorno? E il libro di poesie? Chi le comprò quel vestito fatto su misura? E le sfogliatelle, i fiori...? Lei diceva sempre di non saperne niente. Delia non vuole ricordare eppure vede sotto agli occhi le pesche rotolare per terra, pestate dal padre, i dolci lanciati dal balcone... sente sotto al naso la puzza di bruciato del vestito, gettato alle fiamme dei fornelli...

Durante il funerale Delia non riesce a versare una lacrima; in compenso un flusso tiepido le scende di sorpresa fra le gambe. Ha voluto tenere in spalla la bara (anche se qualcuno insisteva che le donne non dovrebbero), forse ha insistito tanto per dar modo al legno della cassa di mortificare ancora di più quel suo corpo già scarnato.
Il corteo è stato fiancheggiato per un tratto da un uomo anziano che teneva sotto braccio delle tele raffiguranti una zingara che balla nuda. L’autore dei quadri è il padre, che non si è presentato al funerale e ha mandato in sua rappresentanza quella zingara dipinta infinite volte e mandata a vestire tristi soggiorni borghesi o studi di medici. L’uomo in questione è il tale Caserta. Lo zio Filippo stava per fare una sfuriata: avete visto Caserta? Come ha osato venire? Se tuo padre lo sapesse!

Quel nome rappresenta per Delia qualcosa di angosciante; quel suono, quella parola provengono dalla sua infanzia. Caserta è il nome che Delia associa a quel bar dove da piccola non doveva entrare. Nemmeno la madre poteva farlo, altrimenti il padre l’avrebbe uccisa.
Quel nome infame ora si fa strada fra immagini frondose e non databili della memoria. Caserta era un uomo, una sagoma, era il luogo dell’inquietudine. Da giovane era stato amico di suo padre; nel dopoguerra erano riusciti a fare buoni affari insieme. Poi lui aveva messo gli occhi addosso a sua madre; era un tipo viscido, molestava tutte le donne del quartiere. Caserta era una lingua grande e rossa che aveva spinto sua madre in un angolo per baciarla; quella scena Delia l’aveva riprodotta a piacimento tante volte mischiandoci piacere e repulsione. Quel suono era anche una gradinata buia, una ringhiera in ferro battuto, o anche dei rettangoli di luce ritagliati da certe sbarre, attraverso le quali lei e Antonio, il figlio piccolo di Caserta, vedevano e non vedevano...
Il bar in realtà era una bottega di dolci che odorava di millefiori e chicchi di caffè.
Era il Coloniali del padre di Caserta, dove Delia si rimpinzava di caramelle mou e bacchette di liquirizia. Nel retrobottega c’erano congegni che lei vedeva come misteriosi: braccia meccaniche per impastare creme e gelati, imbuti di tela con bocche dentate di crema. Lei si metteva dietro al banco a guardare il nonno di Antonio lavorare e pescava canditi e praline fino a quando non compariva Antonio e insieme scendevano nell’interrato, passando per una porticina rugginosa dove qualche volta comparivano anche Amalia nel suo tailleur blu e Caserta.

Dopo la sepoltura a Delia tocca andare a casa della madre per prendere i pochi oggetti personali rimasti. In quell’edificio imponente come un carcere, vent’anni prima (quando Amalia aveva deciso di lasciare il padre) erano riuscite a trovare un appartamento. Pochi mesi prima, in una delle sue ultime visite, aveva confessato alla madre che da adolescente si rifugiava sul pianerottolo buio del quinto e ultimo piano del palazzo. Forse sperava che avrebbe capito quanto era infelice, forse cercava di stabilire quel contatto che non era mai riuscita ad avere con la madre. Amalia aveva riso di quella stravaganza e lei si era subito pentita di averle mostrato il suo nascondiglio.  

Passa davanti all’Orto Botanico, cammina fino a Piazza Cavour, è stanca, il vociare scomposto e primitivo delle strade aumenta il suo malessere. E’ la lingua di sua madre a metterla in ansia, il dialetto che ha dato sostanza alle violenze della sua infanzia, ai litigi fra Amalia e suo padre. Gli insulti in dialetto: un lungo elenco di parole che finiscono in consonante, che marcano la rabbia buttando le vocali dentro una voragine; sono i suoni della vita che non ha capito e che ha cercato di rimuovere insieme a tante altre cose. Ora che sua madre è morta può liberarsene definitivamente, almeno così crede…
Deve varcare la soglia di casa, ha l’impressione di essere spiata. Da Amalia? Da una se stessa uscita dal corpo a vederla oltrepassare quella linea? La madre non è andata via, ora è una falena appiccicata al muro. Delia la vede, è uguale alla foto che ha ritrovato in camera da letto: è giovane, sui vent’anni, con un ventre pieno di fiducia. Anche se non vuole, Delia inizia a raccontarsi di sua madre... Amalia era una donna nera come una saracena, aveva la pelle lucida come una pantera, i capelli fitti, e lunghi, e neri come l’asfalto.
Da piccola, quando la madre usciva, immaginava che andasse a feste di cibo e risate. Si metteva dietro i vetri della finestra ad aspettarla e se ci metteva troppo tempo si nascondeva a piangere in un ripostiglio cieco e senza luce elettrica. La madre passava intere giornate a cucire, imbastire e foderare. Delia vedeva gli abiti crescerle fra le mani. Quante volte si era rinchiusa nel suo armadio, al buio fra i suoi vestiti, annusando il suo profumo. Amalia viveva in maniera dimessa e riservata, una sagoma stoica, incapace di dire no. Delia sospettava, al pari del padre, che fuori casa fosse una donna diversa, che respirasse anche diversamente...

Quando squilla il telefono lei è in dormiveglia e sta facendo fare queste strane torsioni ai ricordi. E’ Caserta: le chiede di lasciare la busta con i panni sporchi all’ultimo piano. Lei invece ci troverà la valigia con le cose per la madre. Pare che questi siano i termini di uno strano baratto che lui e la madre avevano concordato: biancheria nuova proveniente dal negozio del Vomero, in cambio della biancheria sporca di Amalia. Rovistando nella valigia in effetti Delia ci trova biancheria elegante, di quella in vendita al negozio delle sorelle Vossi. Rinviene anche le mutande compagne del reggiseno con cui era stata ritrovata, con le tre V ricamate lungo la fettuccia dell’anca destra; una vestaglia di raso rosso, profumi e creme; tutte cose di cui la madre, abituata a una vita fatta di rattoppi e tacchi rifatti, non si era mai servita.

Il padre era un uomo insoddisfatto e insicuro che aveva sprecato la sua vita a fare eserciti di zingare. Immaginava che sua moglie, non appena gli voltasse le spalle, si comportasse come una donna di mondo, di quelle che si abbassano senza proteggere la scollatura, che accavallano le gambe disinvolte, che offrono divertite il corpo allo sguardo dei maschi. Amalia, secondo lui, aveva gli occhi troppo vivi, la sonorità della sua voce era troppo languorosa, intima. Malgrado i nasi rotti e i lividi, Amalia continuava ad affacciarsi all’esistenza con leggerezza. Agli occhi di suo padre, niente di Amalia era innocente, era colpevole di piacere, la sua era una colpevolezza naturale, iscritta nel sangue. Non sopportava che la moglie intrattenesse con il mondo un rapporto gioioso. Una donna senza prudenza e con la testa per aria, “quando suo padre la colpiva non dilatava le pupille per la paura, ma per lo stupore”.
Anche a Delia prendeva la smania di sorvegliare la madre. Quando l’accompagnava a consegnare gli abiti alle sue clienti dei quartieri alti, prendevano la funicolare. Se le vetture erano affollate si sforzava, come vedeva fare al padre, di proteggerla dal contatto con i maschi. Gli uomini le stavano incollati addosso come mosche. Tutte le donne erano soffocate dai corpi maschili, sbuffavano per la vicinanza incolpevole e per i tocchi fortuiti subiti. Era tutto inutile, il corpo di Amalia non si lasciava contenere.

Quando Amalia era piccola si faceva continuamente male, ma non piangeva mai. Sua madre le aveva insegnato a soffiare sulle ferite e a ripetere, tutto passa… Una volta l’ago della Singer le aveva bucato l’unghia dell’indice, sua madre aveva sì e no dieci anni. Quante volte da ragazzina Delia aveva desiderato succhiare il dito viola della madre, che era inciso sul polpastrello, il dito con cui lei faceva ruotare il rocchetto su quella vecchia macchina da cucire. L’olio che usava per ingrassarla si mischiava alla polvere creando dei grumi neri, una pasta schifosa che Delia grattava via e mangiava di nascosto.

Ora che la madre è morta non ha più l’obbligo di preoccuparsi di lei. Erano anni che Amalia rappresentava per Delia solo un’incombenza. Negli ultimi tempi andava a stare dalla figlia almeno una volta al mese. Delia tollerava a fatica la presenza della madre, le sue abitudini, la sua socievolezza con i negozianti del quartiere, con i suoi propri amici... Con lei era sempre stata finta e misurata.
Delia porta i capelli molto corti, incerati alla testa, proprio per non enfatizzare il nero corvino Amalia; non le somiglia affatto, non vuole assomigliarle. I suoi rapporti con gli uomini sono come i mille guanti che ha visto cucire dalla madre e le mille zingare sbottonate che ha visto dipingere dal padre: figure torve che si avvicendano in un’anatomia ripetuta senza speranza, senza posto per la sensibilità; i corpi come sagome, come i modelli di carta che poggiati alla stoffa con gli spilli, disegnavano le curve e i vuoti dei corpi di donna che la madre abbracciava discretamente con il suo metro giallo. I corpi ridotti a carta e tessuti, senza tratti somatici, a modelli identici dove la fisicità non è in grado di distinguere e non chiede nemmeno spiegazioni…..
Aveva voluto perdere ogni traccia, ogni legame con lei, il timbro della sua voce, i gesti, il modo di esprimere entusiasmi o avversioni, l’ordine dato agli oggetti domestici, la città, il suo respiro... l’interminabile cavalcavia a tre tunnel, quello del rione dove era cresciuta, dove le pioveva il ferro in testa quando passavano i treni di smistamento, dove anche la madre, da ragazza, era obbligata a passare. Raccontava di operai e sfaccendati che la incalzavano respirandole all’orecchio. 

Forse Amalia nel corso della sua vita aveva rinunciato a fare molte cose. Forse aveva fatto solo finta di averci rinunciato. Forse l’uomo che la inseguiva era ancora una volta suo padre, che la stava minacciando, che voleva costringerla a tornare con lui. Forse Caserta le aveva tenuto compagnia in treno e insieme, per un capriccio senile, avevano deciso di fare una sosta a Minturno.
Forse Amalia aveva deciso così, lì sul momento, quando si era messa a giocare con le onde. Era un po’ brilla. Forse lasciandosi annegare voleva dimostrare qualcosa, punire qualcuno. Forse Caserta aveva perso il controllo... 
Forse non si può imporre un ritmo alle lacrime. Forse il corpo è un fischio, un richiamo che si fa inno e che nella ripetizione trova riscatto. Forse l’amore è un liquido che ti viene iniettato, senza che te ne sia dato conto, insieme al grasso dei binari delle saracinesche. 

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