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Autore: 
Vittorio Imbriani
Pagine: 
118
Categoria: 
La vita è fatta a scale, c’è chi scende e c’è chi sale

Domenico Squillacciotti è un giovane consigliere comunale nella Napoli post-risorgimentale. Di lui in giro si dice che è un gran bugiardo. Gli amici riferiscono le sue verità e la sua estetica: che non gli piacciono le bionde, così pallide e senza sapore, che gli innamoramenti repentini esistono solo nella testa dei poeti, che se l’amore significa desiderio di una persona in ogni sua parte, come può mai nascere quando di parti se ne ignorano molte? Nella donna amata ciò che fa perdere completamente la testa sono soprattutto i difetti: un grande neo, lo sguardo strabico, una buffa menomazione. La passione è anomalia, sbalzo; dove c’è regolarità e precisione non può attecchire. E’ la bruttina la donna da amare e dalla quale farsi amare! Lei non riceve l’affetto dall’uomo come un tributo, ma come un regalo; è riconoscente e generosa nelle effusioni.

Secondo le vedute degli Italiani (com’è difficile dire Italiani quando da poco la propria città ha smesso di essere la capitale di un regno con tante pagine), teorizza Domenico, quattro sono le condizioni in cui può trovarsi una donna. La fanciulla: pensa solo a trovare un buon partito, non vuole amanti, ma pretendenti. Se tutto in lei è convenzionale, la colpa è da attribuire all’educazione che le atrofizza il vero sentire, la passione. La vedova: ha dei punti in più perché è capace di slanci, anche se in fondo aspira a un riposizionamento sociale. La cortigiana: è lusinghiera, porta in giro la sua mercanzia senza badare alla reputazione, ma fra le amanti è la più volubile. Chi ama siffatta donna è destinato a dannarsi di gelosia. Non resta che la donna d’altri. Solo la donna maritata può amare disinteressatamente, perché a questo amore che ha scelto è pronta a sacrificare la propria vita e dall’uomo non vuole altro che le corrisponda. 

Un giorno, mentre Domenico, a braccetto del sindaco, si recava a una seduta del consiglio comunale, viene fermato dal signor Acàmpora che con loro prende a lagnarsi per i ritardi sul pagamento di una fornitura per un appalto che aveva vinto.
L’appaltatore giustifica la fretta che ha di incassare facendo presente che una quota della partita, più della metà, doveva darla al consigliere Vespasiano Sgrillo, che gli aveva garantito il lavoro. In effetti Sgrillo, all’apertura dell’ordine del giorno, discute propria di questa problematica, certo in maniera generica e senza lasciar infiltrare l’interesse personale; del resto, qualcosa bisognerà pur farla per rompere le catene degli incartamenti nell’amministrazione pubblica!
Questa però non è l’unica scenetta laida della giornata di Domenico. In sala si fa presente anche il duca Girolamo Catarinicchio, che girando fra i banchi con i suoi modi bonariamente triviali, sottopone la questione ai colleghi: è lì per perorare la causa di un presunto padre di famiglia che ha lasciato nell’anticamera; un pover’uomo con una caterva di figli e senza lavoro. Prega gli amici politici di mettere quello che possono nel cappello, che nel frattempo anche lui si è tolto e nel quale mette delle monete di tasca sua. Bisogna fare un mea culpa, dice; quell’uomo era sul punto di commettere un crimine pur di sfamare i suoi cari. Loro (si include), i politici che riformano, che mettono le mani nella cosa pubblica, che spostano le persone come fossero sassi, più che governare (ammette) sgovernano.
Di Vespasiano Sgrillo è noto che non sia altro che un volgare camorrista. Si fa chiamare barone, pur non avendone il titolo; è un populista che tiene la parola democrazia sempre in fuori gioco! Il beneficiario della colletta è un’invenzione. Sgrillo e il duca si dividono i biglietti raccolti.

Forte è la tentazione di smascherare la buona azione dietro all’accordo Acàmpora-Sgrillo, ma la denuncia sarebbe stata poco parlamentare, si sarebbe gridato al fraintendimento e fra colleghi esiste un codice d’onore.

Quella stessa giornata all’uscio della casa dove Domenico vive con la servizievole sorella Gesualda, bussa la signorina Ersilia Malasomma nel suo abito di lanetta nera, pulito ma rammendato; una fanciulla meravigliosa che lui non conosce, a lui indirizzata da un conoscente comune… una criniera bionda importante e gli occhi più scintillanti che lui abbia mai visto. La donna gli espone il motivo della sua visita: ha partecipato al concorso per maestre elementari, è entrata trentanovesima nell’elenco delle idonee, ma le cattedre sono sette. Forse con la giusta raccomandazione può scalare fino al settimo posto. Ha perso il padre da bambina e la madre da poco. I pochi risparmi che ha stanno finendo, non osa immaginare in quale altro modo potrà ingegnarsi per sopravvivere. Domenico resta affatturato dai modi franchi ed eleganti di questa giovane donna, che raccontando la sua triste storia non ha potuto evitare di arrossire mentre calzava questi discorsi così scomodi.
Quale professione è aperta a una ragazza educata e istruita? Dovrà fare la cameriera? Anche se i secoli hanno cambiato i nomi alle cose (domestica, governante, collaboratrice), niente possono contro una mentalità che vede la domestica come una schiava e in quanto tale la tratta.
Potrebbe fare la sarta? Ma lavorare dodici ore al giorno per pochi soldi al mese alle dipendenze di una qualche Madama dei Merletti alla quale sarebbe perfino dovuta riconoscenza, sarebbe più un castigo che una fortuna!
Vuole aiutare Ersilia e le promette di adoperarsi in tutti i modi per il buon esito della causa. D’altronde è consapevole che se la fanciulla non riesce a diventare maestra non le resterà altra strada da imboccare se non la prostituzione.
Non c’è altro da fare: bisogna stravolgere la graduatoria. Chi assicura che le idonee non siano in realtà amiche o parenti dei commissari del concorso? Negli ultimi quindici giorni al municipio c’è stato un viavai di gente fra protette e protettori. A rischio che sembri una filosoferia, occorre individuare un diverso criterio di assegnazione dei posti e applicarlo, ma quale? Servito: unico criterio nella scelta delle maestre sarà il merito politico dei genitori. Ersilia diventa così la figlia orfana di un martire della tirannide borbonica, guadagnando il quinto posto della graduatoria. Domenico si assicura che i genitori delle prescelte del sindaco abbiamo anche loro un retaggio rivoluzionario.

Ma non si pensi che Domenico si sia prestato a tali riprovevoli maneggi a cuor leggero. Gli scrupoli di coscienza son pesanti per tutti, ma lo sono ancora di più per l’uomo irreligioso, per il quale non c’è castigo, espiazione o pace, perché la legge che sente di aver violato nessuno gliel’ha imposta, se l’è data da solo.

Sperando che la gioia di Ersilia possa alleviare il disgusto che ha di sé, corre da lei, nella misera stanzuccia nella quale lei vive insieme a una compagna. La Malasomma viene così a sapere di esser ufficialmente diventata una maestra e di essere figlia di un patriota. Grata per la mediazione offerta, si dice pronta a qualsiasi cosa per sdebitarsi con l’amico benefattore. Domenico è già follemente innamorato di lei, di questa dolce creatura che tiene lo sguardo basso e che ha la stessa grazia elettrica che attraverserebbe il corpo di una ninfa colta a bagnarsi a una fonte.

Nel frattempo Demenico ed Ersilia iniziano ad amarsi. Lui chiede, lei dà, senza lungaggini né condizioni. Scelgono come talamo il discreto studio di Bellobuono, un pittore amico di lui. Per la portinaia del palazzo Ersilia è presa per una modella, sia per il vestire povero che per la vistosa bellezza, ma la modella nell’immaginario del volgo non è molto diversa dalla malafémmena, dalla sgualdrina.
A Ersilia piace tanto quello studio, con tutti quegli strani oggetti: ricche stoffe antiche, mani, piedi e busti di gesso, manichini, bozzetti alle pareti che sembrano approvare in silenzio la sua scelta di felicità. Poi c’è la testa di una donna con uno scialle bianco poggiato sulla spalla. Le piace immaginare che le dica di godere, ora, che tempo per piangere ce ne sarà…
 
Forse nessuna città è pettegola quanto Napoli e i napoletani sono degli indagatori instancabili che ti contano pure i bocconi che mangi! D’altronde come avrebbe potuto durare così a lungo l’impianto borbonico a Napoli, se non avesse potuto contare su un sistema di intelligence così puntuale?
Il giorno successivo alla votazione delle maestrine, infatti, un avversario politico, qualcuno a cui non era andato a genio l’intrallazzo della graduatoria, aveva diffamato Domenico, che era assente, chiamandolo paglietta. Aveva piazzato una sua druda per fra le insegnanti. Ogni buon napoletano sa quanto è offensivo questo nomignolo: paglietta si dice di quell’uomo che è in grado di far passare per cosa buona e giusta qualunque infamità.

In difesa della morale pubblica un giorno arriva una segnalazione a un funzionario della circoscrizione dove ha sede la scuola in cui insegna Ersilia: la lettera si riferisce proprio a lei, l’insegnante che si presta a posare per un noto artista fino a notte fonda. Il reclamo si chiude con la minaccia di ricorrere alla stampa se l’assunto non fosse stato preso sul serio. La denuncia è anonima.
A chi dovrebbe importare cosa fanno la maestre quando la scuola è chiusa? Inoltre: che c’è di male a fare la modella? Chi l’aveva mai vista spogliarsi? E non poteva essere che si facesse riprodurre solo il volto? Dov’è lo scandalo?
Ersilia viene convocata, interrogata e invitata a consegnare le dimissioni, se non vuole subire l’umiliazione del licenziamento. Lei firma la rinuncia all’incarico, sorridendo per la data posta in calce: tredici di luglio! Povera Ersilia, subisce con nobiltà l’agguato della reputazione! Eppure l’aveva detto fin dal principio che il tredici le porta male...
Nessuno ignora quanto i napoletani abbiano con i numeri un rapporto di confidenza arcana e la Mala-somma non è da meno. La madre era morta un tredici di marzo. Lei era nata un ventisei di ottobre, due volte tredici, e in graduatoria era al trentanovesimo posto, tre volte tredici.

Bella facoltà la nostra, quella di mentire, sempre e comunque, per semplice piacere, per abitudine o necessità, spesso senza dolos, parola che nella mitologia greca designa lo Spirito dell’inganno, da dolos che letteralmente significa esca.
Diciamo ancora quando pensiamo basta, diciamo smettila quando ne vogliamo ancora.
Sartre nel suo Essere e Nulla si è interrogato su questo punto: il vero problema della malafede deriva dal fatto che la malafede è fede. Essa non può essere né menzogna, né verità, se la verità è un possesso privato del singolo. Come si può credere in malafede ai concetti che ci si fabbrica proprio per persuadersi?
Credo in buonafede che tutti mentano. Credo in malafede che tutti siano sinceri! I casi si equivalgono perché l’oggetto di queste mie credenze non può essere accompagnato da nessuna evidenza. I concetti di malafede servono per illudersi in merito alla possibilità di concepire il cuore puro. Se l’uomo è ciò che è, la malafede è impossibile, o meglio, la malafede coincide con la coscienza!
Se il mondo è un teatro, negare la menzogna significa precludersi l’unica verità di cui l’uomo può disporre. Di eroismo ce n’è poco; in compenso di uomini mascherati da eroi ce ne sono molti. Poi, in questo mondo che confonde la verbosità con il verbo, non è necessario sincerarsi di tutto, no?
La lealtà non passa fra le chiacchiere e se anche lo facesse, chi potrebbe mai accorgersene? Nessuno pratica la sincerità di per sé. Che si continui senza motivo né malizia a ingannare gli altri, se così ci è dato modo di meglio imbrogliare noi stessi!

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