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Autore: 
Lev Tolstoj
Pagine: 
147
Categoria: 
Del matrimonio e altre menzogne

La storia della tragica esperienza di Vasja Pozdnyšev viene riportata da un anonimo signore (nonché voce narrante del romanzo) che ascolta la sua confessione durante un lungo viaggio in treno verso una destinazione non precisata.
Nel vagone inizialmente c’è una signora di mezza età che discute animatamente con il suo avvocato intorno al divorzio, questione in auge nella società europea del periodo. Poi entrano altri passeggeri; un vecchio mercante e un giovane commesso. Secondo il vecchio mercante, interpellato sul tema, questa moda di separarsi è colpa della troppa cultura. Fedele a vecchi schemi, per lui la donna deve al marito devozione e sottomissione. La signora inorridisce all’idea che la crisi coniugale sia da addebitare alla diffusione dell’istruzione. Crede che l’unione fra due persone, che liberamente si sono cercate, sia sacra e legittima solo quando si fonda sul vero amore, non su accordi e calcoli di sorta.
A questo punto Vasja, visibilmente interessato a questa conversazione, si avvicina, e quasi balbettando chiede cosa sia il vero amore. Per la signora è facile rispondere: amare qualcuno significa preferirlo a tutti gli altri.
Ma Vasja ha qualcosa da ridire in merito alla durata di questa preferenza. Infatti nella vita reale la predilezione per uno o un altro dura una stagione, qualche settimana, a volte anche pochi giorni, se non ore. Qualunque uomo prova quello che viene comunemente definito amore per qualsiasi bella donna. Amare una persona per tutta la vita è come sostenere che una candela accesa possa non spegnersi mai. Per la signora è chiaro: lui parla dell’amore carnale, non certo dell’amore che si basa sull’affinità spirituale, al quale lei si appella. Ma quest’accezione è per lui perfino più ridicola: le persone dovrebbero andare a letto insieme solo perché hanno ideali in comune? Se si nutrono dubbi sull’esistenza dell’amore (eccetto quello fisico) come si può provarne l’esistenza con il fatto che esistono i matrimoni che si basano su un sentimento di cui si è dichiarata l’impossibilità? Il matrimonio è solo un inganno e come tale sfocia nella violenza: marito e moglie sono costretti a vivere insieme quando iniziano a odiarsi già dopo due mesi! Vorrebbero separarsi ma continuano a vivere questa farsa e la loro vita diventa una tale inferno che iniziano a bere, fumare e danneggiarsi a vicenda. Gli uomini parlano dell’amore e mentono, non sanno cosa rappresenta veramente, cosa c’è dietro: “la porcheria più grossa sta nella teoria che l’amore è un ideale, una sublimazione, mentre in pratica è meschinità, sudiciume”.
A questo punto Vasja, credendo di essere stato riconosciuto da tutti, si presenta ufficialmente. Lui è quello a cui capitò di uccidere la moglie nel pieno di una queste crisi.
Alla fermata successiva la signora e il suo avvocato cambiano vagone e Vasja può parlare esclusivamente al narratore, che non si tira indietro all’idea di aver vicino un uxoricida.
E’ vero che per quell’omicidio è stato rinchiuso per undici mesi in attesa del processo, ma, rientrando quel caso nel delitto d’onore, venne poi assolto. 
Il giudice stabilì che era stato un marito ingannato. Lui, invano, cercò di spiegare il vero significato dei fatti, ma tutti pensarono che volesse riabilitare la moglie.
Durante il periodo di reclusione Vasja ha avuto modo di riflettere sull’intera faccenda e alla fine ha compreso la radice di tutto.
All’epoca dei fatti la motivazione che lo spinse a quell’atto disumano fu la gelosia. Se oggi Vasja è arrivato alla conclusione che l’amore non esiste, è anche perfettamente cosciente che la scossa elettrica che provò nel momento in cui decise di prendere il pugnale curvo di Damasco e affondarlo nel fianco sinistro della moglie, non era connessa a questo mostruoso e improprio corollario dell’amore, ma era collegata a una rabbia che aveva tutt’altra genesi. Effettivamente come poteva essere geloso di una donna che aveva pensato di abbandonare? Quante volte gli erano balenati per la testa tanti piani diversi per liberarsi di lei, nascondersi, scappare in America, trovarsi un’altra donna, diversa dalla moglie!
Dalla ricostruzione di alcune fasi della sua esistenza si ricava la portata quasi universale del rancore che lo aveva animato e infine devastato.
Tutto iniziò quando non aveva ancora sedici anni. Lui si sentiva corrotto nell’immaginazione e l’idea della donna già lo tormentava, non una certa donna in particolare, ma la donna in sé. Una sera un amico del fratello maggiore insegnò loro a bere e a giocare a carte e dopo un’ubriacatura li convinse ad andare in una casa di tolleranza. Lo fece, andò fino in fondo senza però capire quello che faceva. Dai ragazzi più grandi aveva sentito dire che tutte le sue lotte interiori e le sue sofferenze si sarebbero placate dopo quello. Sia lo Stato che la Falsa Scienza (che cura dalla sifilide) confermano che quel vizio è utile alla salute, anzi incoraggiano e istituzionalizzano la depravazione. Per l’uomo è indispensabile assecondare il piacere: così hanno deciso i dottori e i maghi! Vanja quindi cadde nell’ambiente che lo circondava. Per colpa di quella caduta il suo atteggiamento verso le donne venne guastato. Stava già morendo, anche se non aveva ancora trascinato con se nessun’altro. Quando arrivò, degenerato, sulla soglia dei trent’anni, decise nondimeno di cercarsi una fanciulla pura, degna di lui. Una sera, dopo una gita in barca, complice la luna, i suoi riccioli la convinsero: era lei quella giusta, il massimo della perfezione spirituale. Il giorno dopo la chiese in sposa.
Si innamorò. Quell’innamoramento era il prodotto, da una parte, dell’attività di sua madre e delle sarte, dall’altra, dell’agitazione che gli viveva dall’astinenza sessuale. Gli affari coniugali prevedono sempre un rituale preciso: durante il fidanzamento sono solo conversazioni, regali e sguardi allusivi. L’aver chiuso temporaneamente la valvola di sfogo fece sì che quell’irrequietezza venisse erroneamente scambiata col cosiddetto amore platonico: la più grande delle menzogne! Questa faccenda scimmiesca elevata a perla della creazione, ad amore!
Le donne sanno bene che l’amore più elevato e poetico non dipende dalle qualità morali, ma dalla vicinanza fisica, dalla pettinatura, dalla scollatura e da altre diavolerie. Sanno che all’uomo interessa soltanto il corpo e tutto ciò che lo mette in evidenza. Che conosca la filosofia o sappia suonare l’oboe, non cambia nulla: ciò che conta è che sia desiderabile!    
Sono proprio le madri, queste esperte della subdola macchinazione, che organizzano queste trappole: istruiscono le proprie figlie ad adescare gli uomini, le mettono in vendita al migliore offerente. Agli uomini viene lasciata l’illusione di scegliere, mentre il dominio è il loro, delle donne, che risentite dalla finta schiavitù per l’abbellimento del corpo a cui sono tenute, si vendicano poi nel matrimonio, quando l’imbroglio è tratto!
Difatti già durante la luna di miele la moglie sembrava un po’ malinconica. Probabilmente la sua tristezza era una conseguenza della verità, appena percepita, sulla falsità dei loro rapporti. I loro primi litigi, innescati dall’interruzione della sensualità, erano l’espressione dell’abisso che li separava. L’innamoramento era finito con l’appagamento dei sensi ed erano rimasti soli, nella nudità del loro rapporto, due esseri egoisti estranei l’uno all’altro.   
Le liti in seguito cominciarono a essere più frequenti, spesso dettate da motivi senza alcuna importanza. La cosa più sconcertante era la mancanza di ragioni per riappacificarsi. Eppure si passava dagli insulti più crudeli alla fisicità più passionale. Nessuno dei due capiva che questo disprezzo e amore erano lo stesso sentimento carnale visto da due estremità diverse. Vanja i primi tempi si chiedeva da dove venisse la loro reciproca avversione. Era evidente, ma all’epoca non lo sapeva: quell’astio non era altro che l’ostilità che esiste fra i complici di un delitto! Lei in fondo non aveva colpe. Era come tutte le altre donne, cresciuta secondo i principi di una società ipocrita che non dà il giusto nome alle cose!
Ad ogni modo, in questo stato d’infelicità che lui riteneva di sua esclusiva pertinenza, ma che invece poi capì essere tipico della condizione maschile e di quanti nascondono l’inautenticità del matrimonio anche a loro stessi, nacquero ben cinque figli.
Probabilmente se non fosse successo quello che successe, Vanja avrebbe continuato a vivere così e non si sarebbe accorto delle intollerabili falsità in cui sguazzava.
Quando la moglie raggiunse i trenta era ancora molto bella, formosa ed eccitante. Riprese a dedicarsi a se stessa, si aprì al mondo e cominciò di nuovo a suonare il piano. Poi comparve lui, un attraente e talentuoso violinista.
Se non fosse stato lui ce ne sarebbe stato un altro. Se non ci fosse stata la scusa della gelosia, si sarebbe inventato qualcos’altro.
La possessività che credette di provare nei confronti della moglie in una certa fase del loro matrimonio, non era gelosia, ma rabbia. La sua era collera; uno sdegno, percepito ma non elaborato, per la vita contraffatta e immorale che conducevano.
Vanja crede che tutti i mariti che vivono come viveva lui abbiano poche alternative: farsi un’amante, divorziare, uccidersi o fare fuori la moglie. Non a caso anche lei una volta aveva tentato di suicidarsi.   
Quando conobbe questo musicista una misteriosa forza, anziché respingerlo, lo spinse ad avvicinarlo. A lui non piacquero la sua disinvoltura e i suoi stivaletti parigini; ciò nonostante lo presentò a sua moglie. Fra i due si stabilì subito un contatto elettrico. Da Vanja dipendeva la scelta di dare o meno a  quest’uomo la possibilità di entrare nella loro vita. A quel punto però, troncare ogni rapporto significava ammettere di temerlo ed era troppo orgoglioso per incassare un’umiliazione del genere. Lo invitò a ritornare per suonare insieme alla moglie. Lei aveva gli occhi brillanti. Quest’uomo, complice la musica che esercita una maledetta influenza sui caratteri sensibili, aveva già in pugno sua moglie, o almeno questo credette di vedere. La Sonata a Kreutzer che eseguirono in presenza di alcuni ospiti fu il colpo di grazia. Soprattutto il primo presto di quest’opera, terribile per il livello di eccitazione che causa. Cose del genere si possono suonare solo in occasioni significative, quando per esempio c’è da compiere azioni corpose. Se invece né il luogo, né il pubblico sono adatti al tipo di energia che l’opera suscita, energia che quindi non può fuoriuscire, allora gli effetti sono disastrosi: “suonarla e poi applaudire, mangiare un gelato e parlare dell’ultimo pettegolezzo?”. In fondo Vanja sapeva che assecondare quell’istinto animalesco era la cosa più naturale del mondo. Perché avrebbe dovuto reprimersi? Lui non conosceva la moglie come essere umano, la conosceva come essere animale, e la bestia, non può, anzi non deve fermarsi davanti a niente. Lui voleva che lei non desiderasse quello che invece doveva desiderare. Nonostante fosse consapevole che era folle pensare di avere pieni diritti sul corpo di sua moglie, una strana sensazione di gioia lo oscurò completamente e seppe che punendola avrebbe finalmente scaricato la sua frustrazione; sì, voleva essere terribile, una bestia feroce.
No, non fu la gelosia ad accecarlo ma l’incontro con la belva della verità a distruggerlo. 

Quando alla gallina gli muore il pulcino non si chiede perché è morto, dov’è andato: schiamazza per un po’, poi smette e continua a vivere come prima... 

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