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Autore: 
Christoph Hein
Pagine: 
185
Categoria: 
A che scopo la presenza personale?

Claudia è un medico nella Berlino Est degli anni Ottanta, prima della caduta del muro. Fra qualche anno diventerà primario. Nella sua fedina esistenziale si contano un divorzio e due gravidanze interrotte.
A volte le passa per la testa di prendere un cane, ma poi desiste; quella sarebbe una sostituzione di una sostituzione. Nessuna calamità potrà mai più scombussolarla. Vuole mantenere una certa distanza dalle cose, non si concede completamente agli altri, non vuole essere imbrogliata e non vuole imbrogliare nessuno. Addio ai contratti e alle promesse! In futuro nessuna persona potrà mai più accampare diritti sul suo corpo.

Nella sua routine insussistenti sono le gioie, molti invece i fastidi. Come Karla, l’infermiera che usa i figli per giustificare i suoi ritardi a lavoro. E’ quel tipo di donna che al ruolo di madre affida completamente il senso dell’esistenza e così a venire, nel succedersi delle generazioni, per i figli che a loro volta vivranno solo ed esclusivamente per i figli... la storia dell’umanità come risultato di premesse sbagliate!
Crede di farle venire il senso di colpa solo perché lei di figli non ne ha, anzi è convinta che il marito l’abbia lasciata proprio perché non gli ha messo al mondo degli esseri paffutelli.
Un giorno Karla le chiede di procurarle un contraccettivo di produzione occidentale. Ha sospeso la pillola e crede di esserci rimasta (alla festa di Natale dell’anno precedente venne sorpresa in uno stanzino con il primario del reparto). Claudia telefona a una compagna di studi che lavora all’ospedale governativo chiedendole una spirale di rame. Karla la ringrazia affabile, ma sa benissimo il motivo che l’ha spinta a esporsi: ha bisogno di lei, in clinica ci sono poche infermiere.

All’uscita Claudia ha la sensazione che voglia anche stringerle la mano, ma non va oltre l’usuale e distaccato cenno del capo. Ne è sollevata, quella stretta di mano data per vestire un’inesistente confidenza avrebbero dovuto darsela tutti i giorni, per sempre. Sarebbe stato insopportabile per Claudia, una disattenzione, un contatto, una schiavitù. Idiosincrasia, ipersensibilità? A chi importa che si indaghi? A che scopo importunare la psichiatria?

Il casermone in cui vive è composto di tanti monolocali, tutti uguali. D’estate diventa l’albergo degli scarafaggi. Ci abitano single come lei o persone anziane che girano per i corridoi dell’edificio nutrendosi dei rumori delle case altrui, che festeggiano ogni notte superata come una vittoria. Al suo piano c'è la signora Rupprecht che vive con uno stormo di uccelli che tiene in gabbie appese alle pareti come cornici.
I vicini hanno sempre qualcosa di invadente. Sarà per il fatto di doverli incontrare ogni giorno, scambiarci un saluto, le chiacchiere ossequiose o di servizio; volti sconosciuti che dovrebbero appartenerti solo perché sono sempre gli stessi. Quando si è divorziati come lei, è più forte la tendenza a sottrarsi a questo genere di cortesie quotidiane.

L’amico estraneo sarebbe Henry, il nuovo inquilino del suo piano. Una sera bussa alla sua porta con una pentola fumante fra le mani. E’ un uomo spiritoso e dinamico. Fa l’architetto e ha la passione per i motori. Porta spesso un curioso cappello di feltro. Anche lui ha un matrimonio fallito alle spalle, ma rispetto a lei non è così disincantato. Crede ancora nella magia delle piccole cose, come quella che possono sprigionare i sandali dorati di Claudia che il caso ha voluto mettergli sotto gli occhi la sera che ha fatto irruzione nella sua vita.   

Le visite ai genitori la rendono sempre nervosa. Loro le fanno pesare il fatto che va a trovarli di rado. Per Claudia sono persone alle quali non la lega più niente. A ben vedere anche loro non hanno più niente da spartire con lei, ma non lo ammetterebbero mai, preferiscono continuare con la pantomima del legame e della famiglia. La madre continua ancora a sperare di poter far parte della sua vita. Come tutte le mamme vuole che la figlia sia felice, ma lo vuole nell’unico modo per lei immaginabile: vorrebbe che perdonasse l’ex marito, che si riconciliasse con lui, che pensasse di più al futuro, che avesse paura del dopo, visto che non resterà per sempre giovane e carina… in poche parole si augura che abbracci l’ortodossia della finzione, una scatola compatta che della verità può solo contenere scorie difficilmente classificabili.

Una volta la madre le chiese perché non fotografava mai le persone, ma solo paesaggi, sentieri, case di campagna sventrate, legno senza vita… Non seppe rispondere. Di fatto fotografare le persone le sarebbe sembrata un’indiscrezione, un’assurdità. Gli alberi non cambiano, non assumono posizioni innaturali per sembrare belli. Comunque a lei interessano solo le linee, le fughe e le armature dei tetti. Per quanto abbia fatto ingrandimenti di pochi negativi, già diverse mensole della casa sono piene di foto. Non le fa vedere a nessuno, non ha intenzione di fare mostre. Quando le forze dell’ordine sfonderanno la porta di casa, perché dopo diverse assenze in reparto non giustificate arriverà sicuramente una segnalazione, di spazio per entrare ne troveranno ben poco! 

Non sa perché continua a scattare, ma non vuole smettere. Claudia non si pone domande di questo tipo. Niente la spinge a indagare i misteri della vita e qualsiasi riflessione che si spinga oltre quello che può dire la biologia, ricade nel misticismo. Nella sua vita non c’è posto per la meraviglia. Gli unici momenti di stupore li vive quando è nella camera oscura, per pochi secondi, nel passaggio dal bianco nulla a qualcosa di ancora non differenziato, la creazione di una struttura, l’apparire di una pietra. La felicità è il lento e indistinto crearsi della forma...
           
A volte Claudia ha la sensazione di non essere sempre stata così, armata contro la vita. Quando era piccola era diversa, aveva delle speranze, dei progetti. Ma anche allora aveva paura, assaggi di tristezza, fobie e idee torbide, come quella di giudicare le persone in base alla conformazione delle unghie e dei lobi delle orecchie. Forse quello era solo l’inizio di tutto, la prima fase; quindi non era affatto diversa.
Oggi Claudia non sa nemmeno cosa sia un amico, crede di non averne bisogno. Ha diversi buoni conoscenti che vede di tanto in tanto, ma in fin dei conti sono interscambiabili, nessuno le è indispensabile. Questo le basta, è contenta.    

Perché occuparsi dei problemi e dei traumi degli altri? Di problemi ne ha anche lei e perfino quelli non la interessano, o la interessano solo di tanto in tanto, quando per esempio si lascia andare o non è in grado di dominarsi. Claudia ha già fin troppo da fare con se stessa e il suo lavoro. Può prescrivere medicine, fare iniezioni, ma al resto, tutto quello che non è oggetto della medicina, non presta gran cura.

Tutti sono un po’ malati da quando la scienza si è messa a giocare con l’inconscio. Si sa che ognuno ha delle ferite nella psiche, che ognuno ha un rapporto falsato con se stesso. Prendere coscienza del rimosso che utilità può mai avere?  Se le rimozioni sono il risultato di una strategia di difesa contro un nemico che si vuole tenere a distanza, perché sbaragliarle? Il rimosso come conquista, come scampato pericolo; un meccanismo istintivo che consente all’uomo di ignorare i compromessi e le rinunce a carico dell’io e, parallelamente, di tollerare la convivenza con gli altri. E’ naturale (quindi salutare) che gli uomini nei loro rapporti reciproci alzino delle barriere. Il carcere dell’anima di Claudia è stato edificato al livello più basso possibile dello stabile. Ogni giorno rimuove gli episodi e le sensazioni da cui si sente minacciata.

A G, un piccolo paese nella Germania Est, aveva vissuto da piccola, fino a quando i  genitori (lei aveva quattordici anni) non si trasferirono a Magdeburgo. Erano almeno venticinque anni che non tornava più in quel posto. I ricordi sono la scia viscida della lumaca, a seguirne le tracce si dimentica l’oggetto di osservazione...

Il Signor Gerschke, l’insegnante di storia, era amato da tutte le ragazze. Era elegante e giusto. Claudia leggeva libri aggiuntivi rispetto a quelli assegnati solo per mettersi in evidenza e farsi lodare. Poi durante la sesta classe scomparve. Si disse che aveva messo le mani addosso a un’allieva dell’ottava classe. Lei, ingenua, immaginò che l’avesse picchiata. Una compagna le spiegò il significato dell’espressione. Anche se si sentì ferita per non essere stata preferita (per un attimo desiderò essere lei quella picchiata), non capì per quale motivo quel fatto fosse da considerare grave. La madre con un linguaggio tutt’altro che innovativo, la condusse nella sinistra stanza dell’educazione sessuale: in nessun caso si poteva avere a che fare con un uomo troppo presto, che prima ci si doveva accertare del suo amore e delle sue intenzioni future; che uno soltanto poteva essere l’uomo al quale darsi. Con lo spettro di malattie spaventose, aspettò tanti anni prima di farsi baciare da qualcuno.

Un giorno a G. arrivò un carro armato russo. Stazionò per alcuni giorni nella piazza principale. Poi d’improvviso, così come era arrivato, sparì. Il padre le disse che a scuola non doveva fare domande. Nessuno fra gli insegnanti o gli allievi ne parlò. Claudia si confidò solo con la sua migliore amica, Katharina. Si vedevano ogni giorno dopo scuola, passeggiavano mano nella mano per ore, andavano a cinema insieme, lei l’accompagnava alle ore di lettura della Bibbia perché Katharina e la sua famiglia erano credenti.
Il padre, preoccupato per il futuro della figlia, le disse più volte di tagliare con quella amicizia compromettente. In quel periodo venne condotta per tutto il distretto una compagna ateistica. I fratelli di Katharina, che appartenevano a un’organizzazione giovanile cristiana, si trasferirono in Germania Ovest.      

Quell’anno scolastico il collegio dei docenti doveva decidere a quali studenti assegnare una borsa di studio per la scuola superiore del capoluogo. Le due amiche nutrivano fondate speranze di poter essere le prescelte. Claudia vinse la selezione insieme ad un altro ragazzo. Katharina avrebbe abbandonato la scuola al termine di quell’anno, come rese noto la direttrice. 

Le due amiche piansero molto per l’epilogo di questa vicenda. In nessun caso Claudia avrebbe ceduto alle pressioni e voltato le spalle all’amica, ma sei mesi più tardi erano già diventate acerrime nemiche, immemori delle tante lacrime e dei giuramenti di eterna amicizia.
Bastò una calunnia stupida e crudele di un’altra compagna perché il loro idillio finisse.
Katharina credette a quella menzogna e Claudia non fece niente. Quando l’amica si trasferì dai fratelli insieme alla madre, Claudia disse al padre che Katharina aveva tradito la Repubblica! Quella ragazza lei l’aveva amata senza limiti, come non avrebbe amato più nessuno.
Dei tempi di G. i genitori conservano ricordi diversi. Rievocano aneddoti divertenti, ignari che per la figlia quella fu una stagione gonfia di nuvole. Non si erano mai capiti. Inutile soffrire, inutile gridare. Tutto succede come deve succedere.  

Alcuni versi di una poesia letta o sentita alla radio qualche anno prima le vengono in mente così, senza alcun nesso: se l’attimo esige da noi la cosiddetta grandezza umana, possiamo solo rimescolare intensamente e quasi onestamente nella tazza di caffè. A lei non è richiesta grandezza. Vuole essere quello che è, una donna normale. Quello che le resta è una nostalgia sfocata, un leggero ma fisso mal di testa, e tanti e tanti malintesi, ragion per cui non rimane che ignorare i segni della sconfitta e mescolare nella tazza di caffè.

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