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Autore: 
Pascal Françaix
Pagine: 
189
Categoria: 
Una pozza di buio

Maurice scrive un diario con la mano sinistra, non perché sia mancino ma perché la madre, Ginette, gli ha mozzato il pollice della mano destra. Maurice pensa che la vera autrice del suo diario sia proprio la madre, che gli detta episodio dopo episodio. Suo padre legge un giornale che non gli somiglia, L'instransigeant, l’intransigente. E' un ebanista con il vizio di trincare. Non alza un dito per difendere il figlio. Fuma tranquillamente la sua pipa facendo degli anelli impeccabili, da credere che abbia un compasso in gola. Sembra che con quel suo linguaggio di fumo, voglia dire non me ne importa nulla, tutto questo non conta, è zero, più zero, più zero... Maurice spera che uno di questi cerchi precisi, lanciati a fluttuare nell'aria, sorvoli sulla testa della madre e la prenda al lazo.

La madre gli infligge torture d'ogni tipo perché non dimentichi mai il suo debito, la sua colpa; quella di aver ucciso il fratello gemello quando era nella sua pancia. Sì, il fratello è morto strangolato dal cordone ombelicale e Ginette non perde mai l'occasione di ricordagli che lo spezzatino di carognate che gli cucina se l'è meritato.

La madre assiste a tutti i funerali di quelli che lei chiama i prematuri, cioè i morti che lasciano il mondo prima di quelli che li hanno messi al mondo, anche se sono degli estranei; l'importante è che abbiano meno di quindici anni. A questi raduni porta sempre con sé Maurice. La gente ormai li conosce e nessuno si sorprende di vederli arrivare nelle case in lutto. Quando Ginette decide che gli occhi di Maurice sono umidi al punto giusto, gli fa un segnale, lui si avvicina al feretro, poggia le sua labbra sulla bocca screpolata del morto e resta lì a baciarlo per un pò. La madre gli scortica di nascosto la nuca per aiutarlo a piangere con naturalezza. La gente crede che lui riveda Jacques negli altri bambini morti e che con questi suoi baci possa riuscire a riportare il fratello in vita.

Ginette la prima domenica di ogni mese si riunisce con le Madri Nere, donne che come lei hanno perso un figlio; pazze furiose che fanno veglie strane, sedute intorno a un tavolo illuminato da una sola candela. Usano carte coperte di cifre e segni strani e una tavoletta di legno a forma di mezza luna. Ogni Madre Nera ha davanti a sé una cornice con il ritratto del proprio bambino defunto.

Ginette è convinta che Jacques parli attraverso Maurice, che addirittura stia studiando un modo per tornare in vita servendosi del fratello.  Quindi lo tartassa di domande perché confessi. E' convinta che Maurice cerchi di impedire al fratello di manifestarsi, che non lo lasci conversare liberamente, che lo faccia apposta a ingarbugliare i suoi messaggi

Per quanto Maurice si rifiuti di crederci, queste storie lo influenzano, gli restano sepolte nella testa. Un’ombra gli oscura le pagine del quaderno. Lui è solo nella stanza e quella sagoma immobile, che sembra un ragno che sa di essere stato individuato, se la svigna all'improvviso in un angolo della camera che è buio anche in pieno giorno; l'unico spazio dove un ombra può infilarsi e passare inosservata. Maurice sente rumoreggiare, parole senza senso gli vanno incontro. Fanno un suono strano, gli vengono da dentro, ma mancano di vocali. Da dove vengono queste parole? Si alza spaventato, vuole guardarsi allo specchio. Ma come può osservare una voce?  “Jacques sei tu? Si è fatto avanti un gridolino in risposta, come un rutto”. Ecco la voce clandestina. E' Jacques che si sta preparando una tana nel corpo di Maurice, scava un buco che andrà a riempire: “non riesco a descriverlo esattamente, visto che è piuttosto vago, ma avverto qualcosa che sale, come un desiderio, un'impazienza... una speranza senza nome.”

A volte rimpiange di non essere al posto di Jacques. Non sa cosa avrebbe guadagnato perdendo la vita, mentre lui sa quante sciagure avrebbe evitato guadagnando la morte. Maurice credeva che scrivendo tutte le sue disgrazie,  una ad una tutte le sofferenze e le paure che lo affliggono, sarebbe arrivato a riempirsi di abbastanza odio da trovare poi il bisogno e la forza di vendicarsi. La sua collera invece si dissolve, insieme alla sua voglia di continuare a resistere. Quanto racconta non fa altro che capitargli, e ciò che capita a qualcuno non conta. La storia non è sua, ma è quella che gli hanno preparato gli altri.

Smozzichiamo una preghiera...

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