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Autore: 
Roger Nimier
Pagine: 
188
Categoria: 
Una vita pescata dalla pattumiera

“Non voglio che la mia morte sembri frivola”. Questo pensa François Sanders,  premendo il dito sul grilletto (come fosse un compito in classe: esprimete nel modo più toccabile possibile quali sono le vostre impressioni alla vigilia del vostro suicidio); il colpo di revolver va a vuoto, la sorella, Claude, di cui lui è innamorato, con indosso una gonna scozzese, lo becca nel suo rito di iniziazione!

François vive quella parentesi storica contaminata dalla collera pagana della Germania, che è la Francia di Vichy. Come se non bastasse il disorientamento delle coscienze generato dal collaborazionismo, soffre terribilmente per questo sentimento impraticabile che prova per la sorella, un amore dal quale sa di doversi liberare e per per il quale è pronto a estinguere la propria persona. Citerà l’infelicità: questo ripete a se stesso.
I due fratelli condividono tutto; insieme a ridere degli altri, insieme a difendersi da un padre freddo e autoritario, i cui gesti sembrano sempre decretare la fine del mondo.
Lui si detesta vedendosi vicino a Claude. Vorrebbe neutralizzarsi, vorrebbe assistere alla sua vita senza essere visto, e così guarirla da lui. La sorella spesso gli chiede cosa gli passa per la testa, perché quei crucci, perché quella faccia contrita... Non sa ancora se si tratta di bambinate o cose da adulti. Forse inizia a realizzare che non ci sia questa grande differenza fra le due cose, o se c’è, non ne vede il confine.

Lei può tradirlo e diventare come tutti gli altri. L’esclusività sarà spezzata prima o poi, è inevitabile. Dimenticherà l’affetto, l’amicizia e la complicità che lo lega al fratello.
Il bordo del divano contro la testa, gli ricorda che è vivo, l’immagine di lei, davanti al fuoco del caminetto, che si lascia sfumare dalla medusa del calore, gli ricorda che è morto, o che manca poco per morire.
Sia che si tratti di uno sbaglio futile, dovuto più che altro a distrazione, sia che si tratti di un colpo assestato con intenzione di far male, se a sgarrare sono quelli che amiamo, ci sentiamo traditi di più, feriti doppiamente, perché disprezziamo anche noi stessi per esserci sbagliati sul loro conto.

François vuole incatenare tutto a questa delusione annunciata, anzi vuole convocare la propria sciagura: anticipare e vedere rappresentato tutto quello che non potrà mai essere per Claude, gli amanti che la faranno ballare, i vari Bernard e André che le sfileranno le mutandine lasciandola sgualcita.

Deve trovare un teatro in cui annullarsi, degli scopi fra i quali nascondere le sue pene. Ha dalla sua parte la forza fisica. Fra la folla è a suo agio, in qualche modo il pericolo non esiste, non lo riguarda. La guerra è in arrivo, come anche tanti terribili pensieri. I suoi coetanei si esercitano per diventare forti, ma se una battaglia li chiama non possono andare, con la scusa che si stanno allenando, desistono. Lui non si allena, sorride a tutti in modo sprezzante, legge Saint-Simon, ma se c’è da combattere non si tira indietro.

Prima la resistenza, l’ottobre del 1942, in quel vicolo cieco che è seguire i tempi. Gli Schleus, i soldati tedeschi, danno a questa gioventù buia e virile l’occasione di inscenare un che di tragico, l’avventura della Resistenza. I ragazzi del suo gruppo pensano alla Francia e il cuore gli viene duro! Uno gli spiega che l’eroismo è una cosa tenebrosa ed esaltante. Gli parla di Nietzsche, “filosofo nemico, ma tanto simpatico, che fa rizzare anche i più mosci! Credo di averlo deluso, perché dopo la sua sentenza che l’uomo era destinato a essere sormontato, gli ho detto: sormontatevi gli uni con gli altri”. François vuole solo prendere parte a qualcosa, non importa cosa.
 
Poi la Milizia, con l’uniforme azzurro mare, il basco e la mitraglietta sotto braccio. Incaricato insieme ad altri di una specie di contro-polizia, François interroga spie e disertori, persone le cui vite concentra in poche e derisorie pagine di quaderno. François si sottomette al momento, si lascia guidare, le storie della Milizia solo sono uno svago per lui. Un comandante lo manda nel sud della Francia per formare un contingente di giovani. Poi lì arriva della gente che i militi devono trasferire altrove, verso la deportazione o la morte. In uno di questi viaggi un volto lo incuriosisce. Gli chiede dettagli sulla sua sorte. Il tizio gli risponde che non intende preoccuparsi dell’avvenire, specie sapendo che il proprio destino dipenderà dalla grammatica, o meglio, da modi e tempi verbali giusti: la timidezza del condizionale potrebbe salvarlo, mentre l’arroganza dell’imperativo ucciderlo. 
François ha voglia di aiutare questo sagace prigioniero; un casuale gesto umanitario ci sta bene! Fa una manovra incauta per farlo sgusciare fuori dal furgone, ma si schianta contro un grosso camion. Lui viene fuori quasi illeso dalle lamiere, ma il tizio esce morto: peccato!

In fondo François non ha nulla di cui preoccuparsi: la filantropia è solo una particolare elettricità che può scaturire fra i corpi degli uomini: come esiste il contatto, esiste anche il falso contatto.

In realtà non c’è un prima e un poi. Le due fasi si accavallano e François entra nella Milizia quando è ancora attivo nella Resistenza e continua a collaborare con gli ex compagni mentre già fucila i repubblicani. Quand’anche la riflessione gli ordisce un complotto, è solo un’irregolarità, un disturbo passeggero: “mi sono chiesto se ero solo un milite o un resistente camuffato da milite. O ancora un fascista che giocava alla Resistenza dentro una divisa azzurro mare. Non ho varcato il terzo stadio dell’ipotesi perché è appurato che, oltre, si cade in una grande stanchezza intellettuale”.

Del resto non è possibile guarire. L’equilibrio si installerà da solo, pensa François; come dentro a un motore, che girando trova il suo pieno regime e si assesta.

Il petto rovente ride, di una grande risata verde!

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