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Autore: 
Jules Renard
Pagine: 
173
Categoria: 
Vivere come un pulcino nella bambagia

“Da quando veniamo abbracciati è bene prevedere subito il momento in cui saremo schiaffeggiati”.
Henry è uno scroccone scioperato che va in giro con estrosi biglietti da visita, stampati su carta pregiata e con impressi alcuni dei suoi versi. Ne ha uno di scorta sempre a portata di mano, per un'amicizia improvvisa. Henry propone una pregiata selezione di doti sui generis. E’ un poeta mansueto, che dice frasi sentenziose sulla vita e le sue estenuazioni infinite, aggiungendo il fascino di qualche tormento alla vita insipida degli altri, le famiglie bene della Parigi di fine Ottocento.

Borghese è colui che non ha la mie idee”. Henry ripassa le citazioni che gli potrebbero tornare comode per adescare le sue prede. Una collezione di amici immaginari che fa intervenire al momento giusto, a seconda della tesi da sostenere; appunti che ripassa spesso, perché condensano tutto quello che un uomo deve sapere per sembrare superiore: un estratto dell'intelligenza di Taine, un verso di Baudelaire: scomoda perfino Kant in una quisquilia con il Signor Vernet: “sostenete che questo bicchiere, questo vasetto di mostarda, non esistono che nella mia immaginazione? Raccontatelo ad altri, giovanotto! Dite pure che mi immagino di vivere...”

Il Signor Vernet ha conosciuto Henry per caso, l'ha trovato subito un uomo originale e lo ha invitato a casa per bere un caffè. Toccati dalla giusta impressione, i coniugi Vernet si affezionano subito a Henry, lo trattano come un essere eccezionale. Lui discorre con aria disinvolta e si diverte a mentire. Riporta episodi della sua vita squattrinata e bohémien; li racconta rallegrandosene maldestramente, con quella finta goffaggine che fa intenerire. Henry è un'amicizia di cui vantarsi, un pensatore in formato tascabile da sfoderare quando torna utile. Vanta conoscenze fra autori celebri, ai quali però, “colpevoli di magnetizzare tutta la quantità di ammirazione disponibile nell'aria”, augura una morte veloce.

La signora Vernet desidera elevare il proprio spirito solo di tanto in tanto, così, come si fanno i pesi, per svago o per igiene. Henry è capace di recitare versi finché si vuole: roba allegra, roba triste... Il signor Vernet, lui che dal niente si è fatto una posizione, si sminuisce spesso davanti alla moglie. Lei, invece, celebra amorevolmente le qualità del marito, i sui meriti, la sua bontà… Quante serate altrettanto banali gli toccherà trascorrere insieme a questi due coniugi, prima di poter arrivare all'inevitabile addio e alla ricerca di altre persone da affabulare?

Il signor Vernet decide di affidare ad Henry l'incarico di accompagnare la moglie al mare. Lui deve deviare al convento a prendere la nipote, e insieme a lei raggiungere loro a Talléhou, in Normandia. “Non c'è alcun motivo per attribuire alla signora Vernet aspirazioni più pure delle mie... La tradizione è questa: i poeti sono ammaestratori di donne. Non hanno che da aprire le braccia a semicerchio e una donna salta dentro”.
Durante il tempo trascorso senza il signor Vernet, i due discorrono amabilmente. Parlano del mare, che lasciando sulla riva un miscuglio di detriti spumosi, misti a fili di alghe, “sembra come una bella donna, che attentissima al suo aspetto esteriore, trascurasse la biancheria”. Parlano con i pescatori Cruz, i padroni della casa presso la quale alloggiano, questi esseri superiori che sembrano rivestiti di zinco giallo. Parlano dei marinai, questi uomini ebbri di spazio che “vendono il loro pesce per amore dell'arte”. I corpi di Henry e della signora Vernet si impregnano di sole e di pigrizia. E il mare, il grande blu, fa disperare Henry, gli ipnotizza dolcemente il cuore. Le sue discussioni con l’oblò, l’occhio nero sul soffitto della mansarda dove dorme, sono più sincere dei cenci e dei giochini con la signora Vernet. Sente vicinissima la sua nemica abituale, che lo spia: la tristezza senza motivo. Per lui lo sbaglio è una mancanza di stile. Ed è proprio per non cadere in una falla estetica che Henry non osa mai, perché tutto il suo coraggio lo mette in quelle che lui chiama le sue teorie.
“Mi sembra quasi che si prepari una scena, e come se ripassassimo le nostre parti, facciamo silenzio, e ascoltiamo dentro di noi il lento crescere delle cose da dire. Non sarebbe meglio non parlare per nulla?”

Abuso di ovvietà...

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