Stampa articoloVersione PDF
Condividi su
Autore: 
Marco Archetti
Pagine: 
174
Categoria: 
Le cose da sapere e quelle che non si sanno mai

Felipe era quasi felice all’epoca. Aveva il lungoceano, aveva un cielo smemorato e aveva le pozzanghere della città vecchia. In quel periodo pensava solamente a Dolores. Lei viveva in una stanza sudicia del Lola Motel. Lui passava le sue giornate cercando di rimediare qualche dollaro da spendere da lei. Era cresciuto un po’ a casaccio, pensando non si sa a che cosa. Aveva lo costole a vista tanto era magro. La casa dove viveva era un ex deposito, forse di birre, quei posti punitivi in cui vanno quelli che hanno rotto i coglioni allo Stato. La madre glielo diceva sempre al padre di fottersene, di pensare alla famiglia, che non era il momento di mettersi in luce come nemici della Rivoluzione.
A scuola aveva un professore di letteratura brillante e pieno di passione. Si lavava poco e vestiva male. Per un po’ voleva diventare come lui. Una volta gli aveva dato sotto banco un pacchetto grigio con tutti gli scritti di Trotski. Poi durante il periodo especial non lo vide più. Finì a Miami insieme a omosessuali, dissidenti e malati di mente. Da lì Felipe riprese a lavarsi.
Viveva alla giornata, senza fare granché. Qualche volta consegnava marijuana a qualcuno, qualche altra andava in palestra a boxare.
Conosceva a memoria il caldo furioso di certe strade e i muri introversi che si nascondevano per le ferite sofferte. Quando saliva le scale per andare su da lei, da Dolores, il suo sangue pompava lava. Spesso le guardava la fica prima di scoparla, “il suo clitoride sembrava un mollusco marino traslocato dagli abissi”. Lei qualche volta gli raccontava qualcosa. Più che altro pensava ad alta voce e lui era lì per caso. Spesso lo mandava via presto, perché aveva da fare con qualcun’altro.
Tutto quello che importava o che sarebbe importato accadeva lì, al Lola Motel, fra le maledizioni di Dolores, la puzza di fritto e di piscio. Lei veniva senza gridare, la guardava attorcigliarsi su se stessa, “il suo corpo sembrava volesse uscire e disordinarsi a terra nel delirio”. Quando arrivava in pochi secondi, subito si alzava per lavarsi, deluso e ancora pendente. Se lei non aveva subito dopo un altro cliente da amare, gli diceva “vieni qui papito, che ricominciamo”; “non fermarti Felipe, dai, continua, lecca qui.”
Chi si sarebbe più fermato...
A volte aveva la sensazione che a lei piacesse davvero, era tortuosa nei movimenti e calda negli abbracci. Molto più spesso invece, specie negli ultimi tempi, era faticosa, meccanica; qualche volta gli sembrava di nuotare contro corrente dentro di lei.
Era sfiancante Dolores. Quando avevano finito la guardava lavarsi, cancellava il suo passaggio fra le gambe. Questo pensiero gli faceva fango nella testa.
Verso la fine Felipe la prendeva con collera, le spingeva più forte l’uccello dentro, affondava tentando di attraversarla, di toccare l’interno di quel suo corpo. Ma lei lo considerava solo un ragazzino, carino, buffo, solo di poco più del semplice marmocchio che va a calarsi le braghe.
Lui voleva essere un uomo, cazzo, sì, un uomo, che è capace di prendersela in una mano quando ne ha bisogno, abile sia con le mani che con le parole.
Ma Felipe aveva ancora quel topo dentro a martellarlo, quel topo di cui aveva sentito parlare per la prima volta quando era piccolo, al mercato con sua madre. C’erano dei tizi che raccontavano di certi sovversivi che erano stati beccati con le stringhe nello stomaco; un altro invece era stato pigliato con un topo dentro. Quando lui chiese cos’era questa storia del topo nella pancia, la madre gli disse di non ficcarsi in queste faccende. Lui non riusciva a togliersi dalla testa l’idea che un topo gli era saltato nella pancia e che se lo stava mangiando poco a poco. Quel topo, difatti, sarebbe rimasto con lui per tanto tempo, divorandolo a piccoli ricatti, ben nascosto, come si nasconde tutto il blocco dell’infanzia.  

Nei letti fetenti del Lola Motel, che dentro chissà chi ci passava, c’andava anche la madre di Felipe con suo fratello, lo zio Gerardito. Sapeva che era un posto frequentato da puttane e si dannava di una disperazione in discesa per quello che faceva.

Quando era piccolo Felipe si vantava con i suoi amici di questo suo zio eroe, dei suoi regali, delle sue macchine sempre diverse, delle sue bravate notturne. La mamma diceva sempre che Gerardito era un uomo bello, eccezionale, che aveva fatto carriera. Li aveva aiutati quando il padre venne pizzicato insieme ad altri sovversivi a organizzare la protesta al Sindacato dei Trasporti. All’epoca Felipe vedeva ancora uno zio caloroso in quell’uomo volgare e obeso che di fatto era. Portava uova, farina e sapone... Gerardito di qua, Gerardito di là, viva Gerardito!
Lo zio andava a trovarli solo quando sapeva di non trovarci il padre. Lui e la madre si chiudevano sotto la luce sbagliata della cucina e stavano in silenzio, ogni tanto qualche rumorino, forse gesti…
Al principio le cose fra i loro genitori non erano andate male. Era quando lui lavorava in una società di costruzioni dello Stato. Facevano una vita normale. Man mano il padre iniziò a essere strano, sfuggente, privo di spiegazioni. Sembrava trafficasse qualcosa dietro quelle sopracciglia illeggibili, seduto nella sua poltrona sfondata. Poi d’improvviso si alzava, andava alla finestra e se ne stava lì a guardare fuori, per ore, con gli occhi nel vuoto... Niente lo turbava, il numero periodico del silenzio. Guardava i tetti, guardava le lavatrici mutilate sulle terrazze, i secchi d’acqua. Guardava i rottami per le strade, la ferraglia dissociata da qualsiasi idea di bellezza; “guardava l’ulcera che si era mangiata il quartiere e le case”.
La madre era tutto un lamentarsi. Chissà cosa gli bolliva dentro a Felipe, le si stringeva il cuore a vederlo così randagio. Mancavano i soldi, c’era il rubinetto da aggiustare... E così il padre andava a raccattare aragoste a Cayo Levisa. Ma stava diventando tutto più pericoloso. A sorvegliare con occhi lucidi come monete qualsiasi forma di mercato nero, in giro c’erano sempre gli sbirri. Stavano proprio esagerando in quel periodo. Perdevano la testa per una semplice banana pescata nella borsetta di una donna. Una volta, alla stazione degli autobus, per colpa di un gatto che si voleva arraffare le aragoste nascoste nello zainetto, se l’era vista proprio brutta.
Una mattina si svegliarono e non trovarono più il padre. Se n’era andato. Si aspettavano tutti che sarebbe ritornato prima o poi.

Da qualche parte anime rachitiche vedono interi mondi fra le macchie di muffa dei soffitti... 

Leggi anche