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Autore: 
Torgny Lindgren
Pagine: 
168
Categoria: 
La sostenibile pesantezza dell’essere

Lei, di cui si ignora nome e fisionomia, è una studiosa di miracoli. Sta raccogliendo materiale per il suo prossimo libro, dedicato alla figura di San Cristoforo, il santo che protegge dalla morte ignorante, che aiuta quelli che non vogliono morire impreparati. Era arrivata a Övreberg, uno sperduto paesino a nord della Svezia, per tenere una conferenza sui pazzi ritenuti santi e sugli aspetti criminali di alcune vite esemplari. Il giorno seguente sarebbe ripartita. Quella notte, come deciso dal comitato organizzatore, sarebbe stata ospite di Hadar, un anziano signore dall’odore rivoltante e dal fisico sparuto, come mangiucchiato.
Hadar vive in una casa lontana dall’abitato, lungo il pendio della collina. Al risveglio la conferenziera trova le strade impraticabili; c’è stata una copiosa nevicata durante la notte e non può riprendere il suo viaggio. L’aria è gelida, il paesaggio spumoso. Lei nota un comignolo fumante proveniente da una casa non distante da quella in cui alloggia. Lui le conferma che a vivere in quel posto desolato, in una casa gemella alla sua, c’è anche il fratello Olof, di poco più giovane. Non si parlano da tanti anni. Nel passato comune c’è una donna di mezzo, e anche un figlio. Le ragioni del distacco, però, vanno ben oltre... Entrambi malati, sul finire della vita. Malgrado vivano una normalità che ha la forma dell’anemia, si ostinano a tenersi in piedi, si sfidano in questo assurdo prolungamento della vita. Nessuno dei due vuole dare all’altro la soddisfazione di morire per primo.

Hadar riesce a mangiare solo minestrine e semolino, ma ora ha un ospite che di sicuro ha bisogno di mangiare ben altro. La manda nel granaio dove trova cataste di cibo: casse di burro, barilotti di pesce secco, spalle di maiale affumicate, collane di salsicce e prosciutti e formaggi… insomma provviste per la sopravvivenza di un intero plotone d’attacco!

Lei inizia a fare la spola dalla casa di Hadar a quella di Olof. Si prende cura dei due fratelli, li ascolta cercando di conciliare le verità di entrambi. Alla sera ha anche modo di scrivere sul suo taccuino. Quando arriva lo spartineve a liberare la strada non sembra nemmeno interessarsene, decide di non partire, o meglio, non lo decide, resta e basta. Poco a poco si ambienta, sta bene, percepisce uno strano raccordo, difficile da spiegare, fra le sue occupazioni, quelle di Hadar e quelle di Olof.

Olof non ricorda più nulla dei suoi pensieri, del suo sapere, però ricorda con chiarezza che aveva saputo delle cose, anche se la sua memoria è più simile all’oblio, una sorta di fiducia, un credo. Il gelo, il buio e il silenzio, messi insieme, sono un potente antidolorifico, perché i ricordi per accedere alla superficie devono prima essere decongelati. Quando si è vissuto a lungo, si è talmente impregnati di cognizioni che se qualcuno ci sfiora senza accortezza, ricordi e pensieri sprizzano fuori senza ordine.
A dividere i due fratelli era stata l’età adulta. Hadar ne era stato colpito come da una malattia. Da quando si erano divisi la fattoria, lui era diventato cattivo, mungeva le sue mucche di nascosto, si era allacciato abusivamente alla sua corrente elettrica, aveva rubato l’eredità spirituale del nonno, sostenendo che solo lui gli somigliava alla perfezione.

Il corpo esiste e fa il suo dovere anche se non ci si dedica un solo pensiero! Come entità, come cosa a sé, il corpo è solo al mondo, senza amici, né parenti. I legami più importanti il corpo li intrattiene con se stesso e questi rapporti il padrone del corpo può rilevarli solo sotto forma di segnali di mal funzionamento. Da queste premesse, in sintesi, si sviluppa la regola di Hadar: collaborare con il corpo, proteggere il congegno grazie al quale si è al mondo, perché solo sottoponendosi a una dura disciplina, l’essere umano, o meglio, il corpo, può mantenere la sua dignità. Aveva sepolto il televisore nel campo di patate e aveva eliminato tutto il superfluo dalla sua esistenza, conservando solo lo strettamente indispensabile. Ora ad Hadar, oltre a un cancro, non rimaneva niente altro che questa secca esistenza.

Inutile lavare il pavimento. Inutile strofinargli la pelle fino a farlo sanguinare. Lui aveva sempre indossato quella camicia a quadri rossi e blu, quella maglia di lana e quei calzoni neri. I vestiti non sono una cosa accidentale, fanno invece parte della persona in modo sostanziale, quindi se li si lava troppo spesso, prendono un odore diverso da quello del corpo, che, lavaggio dopo lavaggio, fa fatica a riappropiarsi degli indumenti. L’acqua logora i tessuti. Forse la decadenza morale della società dipende proprio da questo eccessivo e inutile lavare!

Sul fronte opposto, nella cucina di Olof, sono sparpagliati alimenti dolci ovunque: pacchetti di caramelle alla panna, sacchetti di uva passa, zollette di zucchero grezzo e composte di mirtilli. La roba dolce lo fa sentire bene e crede che sia merito dell’alimentazione dolce se è ancora in piedi, nonostante la sua malattia al cuore. La dolcezza è anzi un rimedio a questa vita fatta di pietre. Quello stato d’animo che si chiama felicità altro non è che la dolcezza stessa, l’esperienza del dolce e quella della beatitudine non sono cose diverse. Forse tutto quello che Olof ha gustato finora è solo un assaggio, una copia della dolcezza assoluta. E’ convinto che esiste qualcosa, di appena intuibile, il dolce perfetto, al di là del gustabile e del descrivibile...
 
Hadar ha un modello al quale si ispira. E’ il nonno, che insieme al suo spitz andava in giro a scovare i nidi di bombo, i nidi che questi uccelli fanno nel terreno e che sono dei sacchetti di cera pieni di miele, che lui raccoglieva in un secchiello di latta. Una volta chinandosi su un grande ceppo di radici che si trovava ai margini di un pendio, cadde insieme al suo cane in un pozzo secco. Leccata dopo leccata si spartirono tutto il miele. Quando vuotarono il recipiente cominciarono a guardarsi sospettosamente. Entrambi, lui e il cane, sapevano che prima che qualcuno li avesse trovati, uno di loro avrebbe divorato l’altro. Perché il problema non è la fame, ma la sete, e si sa che la carne è piena di liquidi, è quindi pietanza e insieme bevanda.
Durante la sua assenza Olof aveva scovato sotto lo scaffale più basso della dispensa l’ultimo vasetto di vetro del nonno. Aveva infilato le dita nel miele; una dolcezza suprema l’aveva pervaso mandandolo in estasi e per tutta la sua vita aveva tentato invano di riprodurre quell’attimo di felicità assoluta che si spense con l’ultima goccia.
    
Ha appena affondato i denti in un nuova zona dell’intestino. Lei chiede: chi? Il cancro, risponde Hadar. Se solo avesse ancora la sua adorata bambola! Durante l’infanzia il nonno gli aveva intagliato una piccola bambola di legno. In seguito aveva intagliato a Olof un cavallo perché non gli rubasse la sua bambola. Il giorno che ritrovarono il nonno con accanto le ossa rosicchiate del cane, lui aveva deciso di disfarsene. Dopo averla accarezzata l’ultima volta, l’aveva seppellita nel fienile della stalla. Magari era ancora lì, in compagnia di bulloni e ragnatele. Nel frattempo il cancro continua a lavorare sodo, è ordinato e sistematico quanto Hadar. Non è un caso che proprio lui ne sia stato colpito, mentre a Olof, che è sempre stato insincero e imprevedibile, sia toccato il cuore, che è inaffidabile e smette di lavorare senza preavviso.

Quando morì la madre i due fratelli ancora si parlavano. Dopo il funerale Olof disse che la mamma era una persona buona, ma Hadar disse di no, che non lo era, che non poteva esserlo. Nessun essere umano può essere buono perché la bontà è strutturalmente composta di tanti elementi e nessuno può averli tutti. Olof, offeso da questa mancanza di gratitudine, gli ricordò che la madre non li aveva mai picchiati, che era sempre stata dolce e affettuosa, che suonava loro la cetra, che, soprattutto, aveva donato loro la vita. Hadar ribatté che questo non provava nulla e che partorirli era stata una cosa scontata, visto che non poteva rimanere gravida all’infinito. Non esiste nulla che non sia non mescolato, “tutto è contagiato”. Se la bontà limpida esistesse, sarebbe impossibile da individuare, sarebbe l’inconsistenza stessa. Olof si scagliò contro di lui, gli diede un pugno allo stomaco, proprio nel punto dove adesso si era installato il tumore.

Se Hadar ha una pecca è quella di essere troppo spietato con se stesso. Con la vita solitaria che conduce ha imparato a conoscersi veramente, a non ingannarsi, a giudicarsi con sincerità; su questa strada è arrivato ad odiarsi a tal punto che ha chiesto al suo medico di fotografargli il tumore, così da poterlo osservare con la stessa lucida severità con cui ha guardato tutti i bubboni della sua vita.
Preferisce credere che il tumore sia ancora uno, che non abbia mandato emissari in altre parti del corpo. Sarebbe assurdo immaginarsi un viluppo di dolori secondari, molto meglio concepire il dolore come un blocco non scomponibile. Il dolore è così forte che a volte non riesce nemmeno a chiacchierare con lei; deve fermarsi e contare i colpi che il dolore batte come un metronomo. Nella vita dolce di Olof non c’è spazio per il dolore. Tra dolore e salato esiste un’arcana relazione, crede Hadar. Forse il dolore è l’ultimo stadio del salato.
Il dolore consiste in tanti affluenti, che a un certo punto si radunano per andare a gonfiare un solo fiume, un corso d’acqua che sfocia e si confonde nel mare, dove di sale ce n’è in abbondanza; il mare, il dolore finale, assoluto, che conserva i detriti, i piccoli dolori trascinati dalla corrente. Il mare comunque non è mai pieno, i fiumi, dolci, continuano a riversarvisi.

Hadar aveva un progetto. Una volta morto Olof avrebbe costruito una sauna con il legno ricavato dalla demolizione della sua casa; avrebbe sudato così tanto che tutto la sozzura che aveva dentro sarebbe evaporata, nessuna sostanza superflua e nessuna malattia sarebbe rimasta. Nessun lavaggio può paragonarsi alla sudorazione. L’acqua pulisce solo in superficie, mentre il sudore viene da dentro. E’ all’interno che si genera il sudiciume. L’uomo non ha bisogno di lavarsi, ma di sudare, di lasciare uscire e trasudare le impurità.

Lei sentiva che quella gara inutile per estendersi la vita aveva delle finalità artistiche, era la messa in scena di qualcosa che rimandava ad altro… Questi due fratelli che si accaniscono l’un altro con micidiale tenerezza non sono così diversi dalle figure sulle quali lei indaga; lo stile di vita spasmodico che adottano, ciascuno con una variante solo apparentemente in contrasto con l’altra, l’attenzione morbosa che prestano al corpo, che non deve accompagnare religiosamente l’anima verso un’altra destinazione, ma è tutto, nel senso che rappresenta tutto: la dignità dell’uomo, la sua missione in questo mondo... i due fratelli hanno in comune con certi asceti tutta una serie di fissazioni.
Di santi che non amavano il prossimo se ne trovano di esempi nella letteratura agiografica. Negli stiliti, i monaci anacoreti cristiani che trascorrevano gran parte della loro vita eretti su colonne e postazioni, la fede si traduceva in esercizi fisici estremi, in una vigilanza ossessiva sul corpo. Erano ricercatori nel campo delle sensazioni, collerici e squilibrati, con una vistosa mancanza del senso della misura.

Se l’ignoto, se tutto l’assoluto verso il quale siamo animati coincide con queste forze che attaccano il corpo e sulle quali non si ha alcun potere, allora ciò che fa dell’uomo un uomo può mai ridursi alla posizione da assumere in punto di morte? Come se l’ultima posa fosse in grado di sintetizzare il carattere della persona che ha abitato quel corpo e rappresentare lo stile di vita, lo stare al mondo di quella persona in quel corpo... Cosa cambia se si è in orizzontale, quasi dormendo, tenendo all’angolo della bocca una placca di cioccolato, o in verticale, stando in piedi, magari legati, con arti e muscoli imperiosi, stirati in un ultimo atto di plastica resistenza?
Quando si è morti, non si è più niente. Si è ciechi, sordi. Viene a mancare il percepito, che poi è lo specchio del mondo. Non possono insorgere pustole, carie, verruche, tutti quei fastidiosi, comuni disimpegni a cui è chiamato il corpo fintanto che è vivo e ai quali alla lunga ci si affeziona pure...

L'arte della felicità di Alessandro Rak

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