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Autore: 
Antonella Cilento
Pagine: 
174
Categoria: 
L’arte di sfrennesiare

Da bambina Elide Sorano amava i fumetti, le riviste e soprattutto le fiabe illustrate. Si chiudeva in bagno apposta per sfogliarle; leggeva al mattino mentre aspettava la madre che l’accompagnasse a scuola, leggeva nell’intervallo fra le lezioni; ogni scusa era buona. Per lo più si trattava di favole fosche e cruenti, inquietanti come un rumorio senza padrone. Le storie erano arricchite da immagini pulsanti, che spesso le facevano venire gli incubi. Anche da sveglia immaginava di vedere baffi di felino pettinare le zampe barocche del divano; i colori così febbrili che entravano nella carta da parati per deformarne in chiave gotica i disegni. Una in particolare l’aveva consumata. Era la Favola Meravigliosa di Pinto Smalto, scritta da Giambattista Basile e potenziata dai disegni di Adelchi Galloni. Quando il padre ogni sera la chiamava per l’iniezione di penicillina, stirava le parole del racconto per differire il momento della siringa.

Betta, la contadina protagonista di questa favola, rifiuta i pretendenti che il padre le propone. Lei vuole un marito perfetto, fatto su misura. Il padre, per accontentare la figlia, si procura gli ingredienti necessari: pietre preziose, mandorle, zucchero, perle e argento. Betta impastando tutti questi elementi si vede materializzare davanti agli occhi Pinto Smalto, un bellissimo e giovane biondo. Il ragazzo, ingenuo come un cuore che batte da sole tre ore, viene rapito da una regina straniera durante la loro festa di matrimonio. Betta, disperata per aver perso il suo amore, si mette in viaggio per recuperare la sua creatura. Dopo tante peripezie arriva al castello dove lui ora vive insieme alla regina. Servendosi di una serie di formule magiche e incantesimi all’indirizzo della regina, Betta riesce a sottrarglielo e a riportarlo a sé. 

All’ultimo anno di università Elide si porta ancora dietro vecchie paure. Quando si corica ritira velocemente i piedi dallo scendiletto per timore che una mano l’afferri da sotto. Si fa venire l’affanno quando corre per i vicoli scuri della sua città, grigi come certi sui pensieri, insidiosi come le imboscate nelle favole che leggeva da bambina. Va in giro sempre con qualcosa da leggere nella borsa, come se i libri fossero degli amuleti, qualcosa che ha il potere di azionare una diga sulla vita, che può entrare solo a ondate. Elide filtra la realtà attraverso gli spiragli lanosi e bagnati della sciarpa con cui si annida il collo, anche quando non è necessario.

Pare che Elide discenda da certi spagnoli perseguitati, che una volta arrivati a Napoli persero il loro cognome e si mischiarono ai locali. Non è mai riuscita a farsi un quadro chiaro delle proprie origini, anche a causa della reticenza dei suoi genitori a parlare degli antenati; forse una certa durezza di passioni è anch’essa un’eredità spagnola.

E’ nel cortile di facoltà a scorrere per l’ennesima volta la sua favola preferita, ripescata miracolosamente da una vecchia scatola di casa. Un tizio occhialuto le si avvicina saccente, conosce anche lui la storia. Gli insinua l’idea che Basile abbia voluto fare una satira: il bamboccio fatto di pietre e dolci alluderebbe a Napoli, la città rapinata da regine e re stranieri, che però non aveva avuto nessuna Betta pronta a tutto per riscattarla. L’interpretazione ideologica della sua favola fu secondo lei l’origine degli attacchi di panico di cui, a partire da quel momento, cominciò a soffrire; crisi con cui la Elide di oggi, impiegata ai Beni Culturali, fa ancora i conti.
Soffre infatti di agorafobia, è claustrofobica, le vengono spesso crisi d’asma; insomma un bel curriculum per una che per motivi di servizio è mandata a ispezionare catacombe, a catalogare oggetti trafugati, a scavalcare molestatori, tubi e fili elettrici per poter datare un muro.

Girando per Napoli Elide ha come la sensazione di vedere camminare dei quadri. E’ come se la gente comune che incontra per strada abbia conservato i tratti dei propri avi, tratti che lei conosce dai quadri e dalle sculture che ha studiato e amato, tratti che lei ritrova nei tipi moderni che le camminano di lato. L’analista che ha avuto per qualche mese sosteneva che queste impressioni erano delle distorsioni da troppa lettura. Capita anche il contrario: quando è in un museo conoscenti e amici la salutano dalle cornici; angeli e bambini dei quadri la assorbono a tal punto che se ne sente ingoiata; vogliono comunicarle qualcosa di importante, ne è certa. Una ragione deve esserci a spiegare queste suggestioni...

Era quasi passato un anno da quando la Signora Attias si era catapultata sugli uffici della Sovraintendenza  chiedendo espressamente di lei per denunciare la sparizione di alcuni oggetti di valore dalla sua cantina al civico 8 di Via San Biagio dei Librai.
Nel dettaglio il fondo vichiano che aveva smarrito consisteva in: un bicchiere di cristallo di rocca con coppa a forma di conchiglia; una tela attribuita a Francesco Solimena, raffigurante un Cristo dal fondo buio; un ostensorio d’avorio, appartenuto a Tommaso Campanella e dato in dono a Giambattista Vico da Luis de la Cerda, duca di Medinaceli, viceré di Napoli dal 1695 al 1702; un quaderno legato in corda, firmato sempre da Vico.    

Aveva visionato mucchi di refurtiva, fatto confronti, verificato scritti, ma niente; questi oggetti non erano ancora stati ritrovati. Quella pratica era sulla strada per l’archiviazione.

Un pomeriggio qualunque le succede qualcosa di strano, l’inizio di una serie di coincidenze inverosimili. Nel tentativo di sfuggire al traffico del Rettifilo, Elide si infila con la sua auto in un vicolo in salita e senza uscita, passa davanti a una chiesa inclinata. Rimane arenata cercando di fare retromarcia, per via di un camioncino che si era fermato dietro a scaricare qualcosa. Ha il solito attacco di panico, scende dall’auto per riprendere fiato. Entra nella chiesa inclinata e scopre che appesa a una parete si trova una teletta con il volto di Cristo; non ha dubbi: è la tela di Solimena che stava cercando. Si fa dire dal prete il nome della chiesa: Santa Maria di Medinaceli.

In quegli stessi giorni all’incrocio fra Via Medina e via Sanfelice Elide aveva notato, mentre era come al solito bloccata in auto, un uomo a piedi attraversare velocemente la strada, e all’istante aveva pensato di aver già visto da qualche altra parte quella faccia. Era sì Domenico Serao, noto attore napoletano che stava allestendo al Teatro dei Quartieri la Favola Meravigliosa di Pinto Smalto (come aveva sentito al telegiornale la sera precedente), ma quel nome e quella persona erano legati a qualcos’altro. Pur senza sapere la fonte di questa sua conoscenza, sentiva di conoscere quell’uomo, era una conoscenza diversa, fatta in altro modo.

Questa apparentemente casuale convergenza di fatti e persone stava iniziando a fare presa sulla sua fantasia: il duca di Medinaceli, la chiesa di Medinaceli, il quadernetto di Vico, che si rivela essere la ricostruzione dal punto di vista del filosofo della fallita congiura ai danni del viceré Luis de la Cerda... 

Al teatro dei Quartieri, dove va per assistere alle prove dello spettacolo, scopre un muro dietro a un’uscita di sicurezza che sembra coprire una finestra o una porta murata. Strofinando la gessatura con le unghie trova in calce una data in rosso: 1701; per la precisione 22 settembre, il giorno prima dell’agguato al viceré.
Perché questa data ritorna? La Signora Attias, il prete, Serao, sono dei ricettatori, dei massoni, o delle anime reincarnate? E le assurde visioni che la stavano agitando cosa significano? La pentola, la luce che si spegne, civette, coltelli, passi di corsa....
Sembra che a essere in sospeso non ci siano solo i beni sui quali sta investigando per conto della Signora Attias, ma anche gli eventi di quei giorni di settembre del 1701.

A tramare contro il viceré ci furono oltre all’ambasciatore d’Austria e a Don Giuseppe Capece, anche il suo cocchiere Vincenzo Capasso e un amico fidato, l’architetto Augusto Molina, impegnato in quegli anni nei lavori della cappella di Santa Maria di Medinaceli.
A dare un’ulteriore spinta alla rivolta si intromise la questione della successione al trono imperiale. Si fecero avanti sia Filippo V che Leopoldo d’Asburgo. Luis de la Cerda appoggiò il sovrano spagnolo, mentre la nobiltà napoletana, per convenienza personale, sostenne il sovrano austriaco.
La storia dice che Don Luis de la Cerda scampò alla congiura e che tutti i traditori furono uccisi. Venne però richiamato a Madrid. Il restaurato governo spagnolo, che commissionò a Vico la redazione di un resoconto della congiura, venne festeggiato da quello stesso popolo che l’aveva tradito. Filippo V all’atto della nomina del nuovo viceré, fece uno sbarco in pompa magna per riconquistare la fiducia della nobiltà napoletana...

E’ assurdo ma tutto lascia credere che i personaggi del presente di Elide siano la reincarnazione di quanti presero parte alla congiura, ritornati, per una strana forma di compensazione, a saldare i conti, a ristabilire, ognuno con le sue ragioni, un ordine, un equilibrio.
Ad attizzare ulteriormente i suoi sospetti concorrono gli scritti di psicologia esoterica e di religione vedica che sta spulciando; nel Destino come scelta di Torvàld Detlefsèn trova scritto: “quando un uomo muore solo raramente ha capito pienamente e assolto tutti i compiti e le richieste del destino. Quasi sempre rimane qualcosa che non ha compreso, qualcosa che non ha ancora portato a compimento. Questo residuo, questa cifra sotto la lineetta del bilancio, rappresenta un numero di codice dell’anima. Questo numero è il simbolo della maturità qualitativa di quest’anima, che può affrontare una nuova reincarnazione solo quando la qualità del tempo corrisponde alla propria qualità”.
Elide si sente percorrere dai brividi; è come se questa sospensione riguardasse anche lei, ma in che modo? Queste figure fanno parte del lungo, lunghissimo discorso della sua vita... E’ fantascienza, basta ubbìe; “sei fuori come un balcone”, dice a se stessa cercando di recuperare rigore e scetticismo.

Consultando anche gli Atti di Famiglia, una sorta di taccuino nel quale per un certo periodo il viceré annotava pensieri che sarebbe stato meglio non trascrivere, Elide scopre che nell’ostensorio dato in regalo a Vico (che del viceré era anche confidente) il filosofo aveva trovato una piccola pergamena segnata col nome di Tommaso Campanella e controfirmata da un prete francese che indicava la proprietà di Campanella non solo dell’ostensorio, ma anche della falange del dito in esso contenuta. Si dice che il mago Campanella avesse un demone proprio in quel dito! Il viceré non avrebbe mai creduto un filosofo capace di venerare reliquie; per questo rimase impressionato al sapere che Vico, per quel dito di mummia che adorava come un egizio, aveva allestito in casa sua una sorta di altarino...

Vico era al Palazzo quando al viceré arrivarono notizie sui congiurati. Gli stava raccontando una favola di Basile, di una contadina di nome Betta che sposava un certo Pinto Smalto… La voce narrante della fiaba alla fine sentenziava: chi gabba non si doglia s’è gabbato. Non a caso al viceré capitò spesso, anche dopo che tutto era finito, di sognare il dito accusatore dell’eretico Campanella.  

Il viceré, così come viene fuori dal resoconto, il famoso quaderno di Vico, è un uomo colto e amante delle arti, ma anche un incapace a governare, un debole e un vigliacco. La sua cattiva gestione aveva mandato in crisi il sistema economico del vicereame. La nobiltà napoletana si era vista ridurre diversi privilegi e la gente comune era alle strette. Per dare una bella lezione ai quei traditori, Luis de la Cerda aveva istituito il Tribunale dell’Inconfidenza (curiosa la traduzione letterale: in castigliano confianza significa fiducia). A lui non importavano la politica e le guerre; il governare, si lamentava con Vico, dovrebbe riguardare solo le arti. Il filosofo cercò anche di metterlo in guardia, dirigendo lo sguardo, mentre ragionava intorno alle responsabilità del governare, alle bozze dei disegni del Molina sparpagliati nel salone: “gli uomini sono nati dai denti di una serpe seminati da Cadmo; come fidarsi di codesta gente?”.
Avesse dato retta a Vico quando gli parlava della sorte dei potenti! Dopo la morte c’è memoria, diceva. Ma dopo la memoria c’è la cancellazione e la fine di ogni cosa… e tutto può ricominciare, rinascere! Bisognerebbe chiedersi se ai potenti spetti il diritto di rinascere, se la speranza di cambiare la propria vita in meglio abbia qualche fondamento o se al contrario la vita non possa non rimanere sempre laidamente vincolata al danno, e quindi all’indennizzo infinito! Forse Vico avrebbe dovuto dirgli che “nel ritorno al Vero c’è anche Menzogna e che dimenticare è utile”.

In chiesa o al teatro qualcuno ha detto a Elide: “signurì, ma che v’a pigliate affà? Chello che sta sopra sta sotto… ꞌO piccirillo stà int’o gruosso e ꞌo gruosso int’o piccirillo… Le vite vanno e vengono, signurì. Vanno e vengono. Ve lo ricordate a Giovan Battista, chillu bravo guaglione?”.
Anche il Tempo allora, nei suoi corsi e ricorsi vuole essere risarcito? E Vico, che legame aveva con Campanella? Magari quell’osso era di un morto qualunque o di un cane! Campanella sarebbe contento di sapere che la portata della sua rivolta si sia poggiata su una superstizione feticista?

E i napoletani, volubili e opportunisti nello spalleggiare ora una dinasta, ora un’altra, ma indomiti nel difendere la propria identità, quando viene lesionata, cos’hanno da scontare? Sarà colpa del sangue spagnolo, francese o austriaco, se i napoletani fuori sembrano scanzonati e leggeri, ma dentro (en las entrañas, come chiama le viscere dell’anima l’andalusa María Zambrano) sono irascibili, arrabbiati? Non è né completamente vero, né completamente falso. Se i napoletani sono scampati a Svevi, Normanni, Angioini, Borboni, Aragonesi (e chi più ne ha più ne metta), è naturale che nel carattere l’assedio sia diventato una categoria spirituale. E’ altrettanto scontato che la frenesia, pennellata con il dramma, così tipica della quotidianità partenopea, sia solo uno strumento di difesa, proprio di chi tenta di rimuovere dolore e sofferenze, e corre, corre più veloce del Tempo, pur di dimenticare e andare adelante... La teatralità, insita in questo atteggiamento, non è sinonimo di finzione, ma di sdoppiamento, catarsi e cognizione; cose che sono possibili solo consentendo al dito di Campanella di sorvolare sulle coscienze, più come simbolo di consapevolezza della propria indole che come monito. Olé!

L'arca russa di Aleksandr Sokurov

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