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Autore: 
Antonio Pascale
Pagine: 
126
Categoria: 
Quelli che tengono un brutto carattere alla fine trovano sempre il modo per fare le cose

S’è fatta ora è la frase consueta, detta prima o poi da ogni genitore (senza nemmeno guardare l’orologio) al proprio figlio nel pieno di un’attività ricreativa.
Questa mancanza di tempo altro non è se non l’impazienza e l’in-capacità degli adulti di “sopportare” i giochi dei piccoli. Una misura insindacabile dei grandi che devono badare a quelle creature che dello scorrere del tempo nemmeno se ne accorgono.
Pietro, il padre poliziotto di Vincenzo, non è da meno.

Nel 1976 Vincenzo ha nove anni, è un bimbo fragile che indossa - costretto dalla madre - brutti cappelli marroni e maglie “della salute”.
Quell’anno è alle prese con la sua prima iniziazione: quella con la banda di Via Trento, capitanata da un ragazzo chiamato Peppe ‘u stuort. Sono guappi in erba con il cazzòtto facile, che vanno in giro, nudi e bruti, con i motorini truccati. Loro di sicuro non hanno padri che decretano la fine dei giochi né pesanti indumenti di lana da indossare. Per Vincenzo s’è fatta ora di affrontarli quando in un parco giochi del casertano di un pomeriggio piovoso, uno della banda, puntandogli la fionda alla gola, gli dice: “Posa ‘lloco ‘a bicicletta”.
E’ la prima luce bianca che Vincenzo vede, risultato di un pugno preso in faccia.
Poi però, grazie a un’invenzione di suo nonno, che questi piccoli “criminali” vedono sul mozzo della sua bici e che vogliono pure loro, Vincenzo si salva in calcio d’angolo.
Un pezzo di camera d’aria chiuso ad anello ed avvolto intorno al mozzo per ripulirlo dalle strade fangose dell’epoca, gli vale l’ingresso ufficiale nella banda; l’anello autopulente, status symbol del quartiere e genesi della violenza.

L’anno successivo Vincenzo fa la conoscenza di uno spiffero di origine non precisata. A casa sua, le porte delle stanze, per uno strano fenomeno di correnti, cominciano ad aprirsi all’improvviso. Quel soffio d’aria che arriva immancabile tutte le notte gli gela il sangue, eppure rimane immobile nel letto, rigido nelle giunture. Si convince che qualcosa o qualcuno voglia comunicare con lui.
In casa arriva il dizionario medico Larousse. Consultarlo però non lo rende più coraggioso, ma solo più suscettibile.
Prende a fissarsi su ghiandole, battiti e pupille; quanto ad alzarsi e chiudere la porta per stroncare quel messaggio sul nascere, non fa progressi.
Provvidenziale, ancora una volta, è il nonno, che trova una falla nello sgabuzzino.
E’ il suo ultimo magico contributo prima di lasciare questo mondo. I genitori parlano di miglioria della morte (anche se il dizionario non conferma): ovvero energia ed entusiasmo prima di “farsi la cartella”.
Forse bisognerebbe evitare gli eccessi di vita e moderare il respiro...
Questa incompleta conoscenza del funzionamento del dolore, col tempo, sarebbe diventato per lui motivo di altro dolore.

L’arrivo degli anni ‘80 con i suoi soldi sporchi, le strade tutte asfaltate e i pan di spagna che smettono di lievitare, annuncia anche la fine del mondo delle piccole invenzioni. Addio praticità, ingegno e frutta materiale. Il padre quando torna a casa sembra un pazzo, tutti in famiglia ci vanno “per sotto”. La sua frase preferita passa a essere: “Che brutta cosa ‘a gente

Per Vincenzo, dopo aver fallito una prova di brutalità sancita dal gruppo, cioè spaccare una bottiglia in testa a un barbone, è il momento di andare oltre. L’occasione arriva con la Tempesta di Shakespeare: un’uscita a teatro con quelli della scuola. Quando l’attore esce sul palcoscenico quasi tutti i suoi compagni lo deridono mettendosi a fischiare. Il piccolo ometto dice con voce amara: “Ragazzi lo so che non vi hanno mai insegnato ad amare il teatro, ma, ve lo dico con il cuore, non fate gli stupidi, perché il potere vi vuole stupidi”.
Già, la porta principale per il conformismo è proprio questa: accettare involontariamente la logica del nemico, imitandone lo stile.

E’ così che Vincenzo si riappropria della sua immaginazione e quell’estate, a Tropea, seduto sul balcone senza mai uscire (con il padre che si fa il sangue amaro perché ha fatto tanti sacrifici per quella vacanza), legge il Viaggio al termine della notte e le lettere di Čechov. Vuole trovare la misura che gli consenta di capire il mondo: si iscrive alla facoltà di Agraria.

Agli inizi del nuovo millennio con gli amori romani (senza intimità) alle spalle e qualche parentesi pseudo-politica, Vincenzo si ritrova ad aspettare il suo primo figlio, Alfredo.
Fino a che punto dovrà occuparsi di lui? Dovrà monitorarlo ogni momento o lasciarlo in pace? A dispetto della canzone di Battiato, non ci si può prendere cura continuamente di una persona; questo equivale a dire che quella persona senza di te non ce la può fare.

La verità su una figura non è la figura stessa, ma il giusto incastro fra le sue parti. Le illuminazioni, però, non hanno memoria: subito dopo aver composto una figura se ne dimentica subito l’esatta combinazione e bisogna aspettare una nuova e futura “distrazione”.
Qual è l’incastro migliore che ci protegge dalla stupidità a venire?
Forse basterà lasciarlo giocare a maniche corte sotto la pioggia... L’amore consiste in disperdere più che investire.

S’è fatta ora di spostare lo sguardo, al mondo ci sono sia malvagi che buoni. Il tempo c’è, ma non ne resta. Non si possono fare bilanci in ogni momento: è solo una perdita di tempo. Un barattolo di vernice buttato in un fosso non può, da solo, rovinare una giornata. Solo la poesia può proteggerci dal dolore perché ci mette in contatto con i segnali più importanti del corpo. Forse s’è fatta ora di chiudere il capitolo...

Video tratto dal film Certi bambini (2004), diretto dai fratelli Andrea e Antonio Frazzi, tratto dall'omonimo romanzo di Diego De Silva

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