Stampa articoloVersione PDF
Condividi su
Autore: 
Drieu La Rochelle
Pagine: 
223
Categoria: 
Ho troppo gusto per avere cuore

Gille è uno scapolo trentacinquenne. Ha una certa somma da parte per i suoi quarantacinque anni, quando non piacerà più alle donne. Lavora come diplomatico al ministero degli Esteri. La sera cena a casa di questi o di quelli, così, per riscaldarsi. Nell’aninimato di una città come Parigi si perde nella folla opaca, una folla morta, ma ancora calda. Ogni volta che incontra una donna nuova, le ruba del calore, tanto per tirare avanti.

Ospite alla dimora dei Cahen, la Béraude, si sente se stesso come non lo è mai stato, porta a spasso il suo malumore, impone le sue manie ai fratelli Cahen. Lui e i suoi amici parlano per tenersi svegli, si seppelliscono a vicenda le stoccate: le avanguardie artistiche di inizio Novecento hanno dichiarato sulla tela l’impossibilità di dipingere. Solo Matisse riesce ancora a isolare qualche frammento in mezzo ai flutti  che si ritirano sopra di noi... La vita, in questo stesso momento in cui la decadenza prende piede, non sta rinascendo altrove? Perché allora non andare alla ricerca di quel luogo? La giovinezza primitiva dei popoli del Sud, il carattere feticista degli Spagnoli con il loro dio-toro... Gli sclerotici popoli del Nord, sì, hanno inventato il socialismo, ma ci volevano i Russi per crederci… La Francia, con la sua irriducibile vocazione al tradimento, può essere al massimo un pò fascista.

Essere se stesso significa lasciarsi invadere dal desiderio di una cosa al suo primo apparire, vivere per quell’attimo perfettamente sterile, sempre rinnovato, della cattura silenziosa, istantanea, in cui premessa e conclusione si incontrano, si confondono e si annullano a vicenda.

Alla Béraude si trovano di passaggio certi amici inglesi della signora Cahen, i signori Owen, diretti verso Granada, dove hanno una tenuta. L’istinto di ratto di Gille intercetta subito Beatrix, bruna, metà ebrea, ricca, labbra carnose e denti di un bianco lucente. Gille balza fuori in cerca di un’altra solitudine da divorare. Tutti pensano subito alla possibilità di un matrimonio fra i due.

Beatrix è una ragazza ordinaria e innocente. Famiglia e convenzioni sono i beni in sua dotazione. Lui cerca nel mondo qualcosa che gli opponga resistenza. Quindi questa donna virtuosa e pacifica sembra un’ottima occasione per allenare la sua indole artistica: plasmare questa argilla per farne venir fuori il duplicato di ses stesso… lavorare senza posa a questa statua, una donna con cui avrebbe voluto affrontare le bizzarre vicende terrene, con cui avrebbe condiviso l’affetto distaccato per tutto quanto capita di vedere in questo buffo viaggio che è la vita.

Circuita dalle manovre ironiche e feroci di Gille, inizia a dubitare di se stessa, tutto quello che sa le sembra sbiadito. Lui recita la parte dell’uomo di mondo, lo scapestrato che prova gusto ad avvilirsi. Il problema è che Gille si stanca sempre a metà percorso e finisce per mostrare il profilo snob. Lei cerca di sembrare brillante. Adora Proust. Adora quella casa. Adora la Spagna.
Quante cose consunte a furia di essere adorate. Adorare: che parola strana, urtante. Bisogna adorare quello che capita.
Beatrix non aveva mai vissuto veramente. L’avevano tenuta lontana dalla vita i viaggi e gli studi. Fino ad ora aveva conosciuto solo uomini, sì, gentili, ma terribilmente ipocriti. Quest’uomo disossato le piace proprio perchè le ha detto subito cose spiacevoli. Questo le fa credere che sia un uomo sincero e affidabile.
Lui decide di raggiungerla a Granada. Scappa a Parigi, ritorna di nuovo da lei in Spagna. L’amore è faticoso. Darsi a un unico essere determinato è un eccesso pazzesco. Inutile imporre a una donna semplice e inesperta un vocabolario ricco. Sarebbe ridicolo proporle di scappare a Algeciras. Arriva un falso telegramma con il quale si richiede la sua presenza a Rabat. Per Beatrix la natura è come un salotto, esce, passeggia, si distrae, ma bastano due gocce d’acqua o un leggero languorino per farla tornare a casa. Nessuno si sforza di confessare le proprie contraddizioni e farnese un sistema vivo e personale. “Non sono una persona, sono un luogo. Vi è una mente intelligente che passa attraverso me, ma non ho le mani per trattenerla. Esistono uomini fatti così. Sono i cosiddetti dilettanti o i falliti”. Per coerenza con questa specie di orgoglio che gli fa vedere l’inevitable uguaglianza degli umani sotto il porticato della mediocrità, si esercita a nuovi malintesi.

Come credere ancora a se stessi quando si sorprende in flagrante delitto di distrazione quello che porta il proprio nome?

La Collezionista di Eric Rohmer

Leggi anche