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Anna De Vivo

Profilo Anna - Terzo Incomodo - Blog di letteratura

Sono nata nella metà degli anni Settanta in quella città meravigliosa e spietata che è Napoli. Per tutti sono Annabruna, nome che scelse mia madre per accontentare, come tradizione rac-comanda, sia nonna Anna che nonna Bruna.

Alcuni amici mi chiamavano scherzosamente Annablu; suppongo non per il carattere bilioso, che comunque avrebbe avuto il suo perché, quanto piuttosto per l’imprevedibilità e l’estro che mi attribuivano, quindi quell’appellativo per me aveva una valenza jazz. Scoprii che in realtà per l’anagrafe sono Anna quando feci la carta d’identità per il viaggio dell’ultimo anno di scuola. Già alla fine degli anni Ottanta era comune vedere in giro adolescenti senza identità.

Quello di bisticciare con i nomi è una cosa che avevo in comune con mio padre. Giuseppe era il suo nome ufficiale, ma a lui non piaceva. Quando conobbe mia madre si presentò come Marco, nome senz’altro più originale, anche se ugualmente evangelico. Per tutti rimase Marco fino all’ultimo dei suoi giorni e quando l’accompagnai in chiesa per un funerale che se avesse potuto vedere l’avrebbe fatto sbellicare dalle risate, il prete, nel dedicargli l’ultimo saluto, lo chiamò Guido. Va bene tutto, ma che una guida spirituale chiamasse mio padre Guido proprio non ci stava! Pagando un conto che più salato non si può, capii che anche il lutto è un fatto culturale e che è inutile aggrapparsi romanticamente ai nomi...

Mi iscrissi senza troppa convinzione a un istituto tecnico commerciale. Molto probabilmente se avessi scelto l’alberghiero o il liceo artistico l’esito non sarebbe cambiato: quei cinque anni di istruzione superiore sarebbero comunque stati consumati nella piattezza di chi non si è ancora posto il problema della strada da percorrere. Inutile dire che la partita doppia e le leggi oscene dell’inflazione non eccitarono mai la mia curiosità. L’unico voto di rilievo lo presi a un tema d’italiano. La traccia era: “Che cos’è per voi il coraggio”. I miei compagni di classe si accasciarono in una scrittura fitta e sudaticcia; senz’altro avevano tante storie eroiche da raccontare. Per quanto mi sforzassi di immaginare qualche prodezza degna di nota, mi venivano in mente solo cose che a guardarle bene erano di una scontatezza vergognosa. Al fotofinish l’unica temerarietà che mi frizionò le energie fu consegnare il foglio quasi in bianco, con la frase : Il coraggio è questo!

Dopo il diploma cambiai totalmente rotta: entrai con timidezza al Dipartimento di Filosofia della Federico II. Professori e studenti discorrevano dando per scontate parole come gnoseologia, finitezza e metafisica... Io che mancavo completamente di cultura umanistica mi resi conto che avrei dovuto faticare il doppio, ma l’idea di familiarizzare con quell’apparente insensatezza mi sembrò l’unica cosa sensata da fare, nonché la più divertente.

Dissi a me stessa che dovevo comportarmi come se fossi entrata alla Facoltà di Medicina; dovevo solo prendere confidenza con quel linguaggio e quegli strumenti. Quindi, mio grande compagno i primi tempi fu proprio il dizionario di filosofia. Fu dura, come scalare una montagna al contrario, tenendo cioè il petto rivolto a valle, me ne valse la pena. La mia dissertazione fnale era sull’antropologia e la storia nel pensiero di Kant (che Nietzsche mi perdoni!).

Dopo alcune parentesi di vita o esperimenti, come amava chiamarli mio padre, sono finita a Milano, la città delle cosiddette nuove tendenze... Di fatto, dopo averne viste alcune di città, quella che per me rimane la più innovativa e aperta al nuovo rimane sempre Napoli. E se non bastasse la mia opinione, indubbiamente di parte, basta guardare i tanti strati del suo sottosuolo, tracce di tutte le civiltà che l’hanno arricchita e resa quella che è: un posto dove i sorrisi non costano niente, dove le superstizioni fanno ancora presa sulle coscienze, perfino le più evolute, dove, fra le tante prelibatezze oggi puoi gustare quello che i napoletani hanno battezzato come ke-purp, il polipo allo spiedo cucinato alla maniera turca.

Oggi lavoro nell’ufficio lingue di un ateneo milanese. Il destino ha voluto che mi innamorassi dello spagnolo, forse per ricongiungermi a una delle tante radici della mia napoletanità. Altro motivo che mi spinge verso l’area iberica è il flamenco, che studio da diversi anni. Non è solo un ballo, ma una cultura e un modo di essere; se non fossi atea, oserei dire che è quasi una religione. La sua pratica dura costringe il corpo e l’anima a trovare un equilibrio fra grazia e violenza. Va da sé che sono molto vicina al mondo dei gitani e non solo perché ho un debole per le minoranze emarginate, ma anche e soprattutto perché credo che il loro stile di vita, frutto di sofferenze e umiliazioni, sia il meno contaminato e autenticamente ribelle che io conosca, di sicuro quello che si avvicina di più alla dimensione mitica dell’uomo, per l’impulso alla peregrinazione e alla libertà che lo anima.

Riepilogando: nata a Napoli, vivo attualmente a Milano, morirò a San Pietroburgo o a Petra, destinazioni in ugual misura improbabili. Impossibile per il momento anticipare dettagli biografici sul luogo di morte, ma so per certo che vorrò che i miei cari lancino le mie ceneri dal molo di San Marco di Castellabate, un luogo dove da ragazza ho trascorso tante estati; un posto dove, fra notti folli e giornate passate a pescare gamberetti sotto un sole cocente che non bruciava mai, ho imparato che tipo di donna volevo diventare: una che non si vergogna della propria ruvidezza e che combatte ogni giorno l’ipocrisia, a partire dalla propria.