La donna con i capelli rossi tinti, il corpo avvolto in un cappotto di pelliccia e una scimmietta domestica sorridente attaccata al collo è Anita Berber. Balla nell'atrio dell'hotel Adlon aprendo il cappotto di zibellino e rivelando il suo corpo nudo e lucido. Gli uomini si avvicinano strabuzzando gli occhi. Le donne presenti ridono o girano la testa per lo shock e l'imbarazzo.

Anita non si preoccupa. Le piace sconvolgere. Le piace attirare l'attenzione. Se non la ottiene è capace di lanciare bottiglie vuote o bicchieri sul pavimento. Distruggere!

Drogata e Degenerata: Anita Berber è una ballerina, un’attrice, una scrittrice e una modella. Chiamata la "Dea della Notte", la "Sacerdotessa della Dissolutezza", è il simbolo della decadenza di Weimar. E’ tutte queste cose e molto altro.

Durante la sua breve vita sovverte la moralità nella Berlino degli anni '20. Figlia di due musicisti, nasce a Dresda nel 1899. I suoi genitori divorziano quando lei è ancora piccola. Viene allevata dalla nonna. A sedici anni abbandona la casa di famiglia per la vita imprevedibile del cabaret. La Prima Guerra Mondiale è al suo momento più sanguinoso. Anita inizia a prendere una serie di abitudini pericolose che diventano la sua pelle e la sua vita.

Dopo la guerra inizia la sua carriera nel cinema con i film The Story of Dida Ibsen, Around the World in Eighty Days e Prostitution. Si guadagna una certa popolarità con le sue trovate da outsider e i suoi atteggiamenti da tentatrice.

Anche Fritz Lang la vuole nel suo film Il dottor Mabuse. Con i suoi capelli scuri e l’aspetto androgino, Berber crea uno nuovo stile che viene poi ri-visitato da Marlene Dietrich e Leni Riefenstahl. Quest’ultima diventa una sua “vittima” e le due hanno una breve e intensa relazione.

Ha rapporti con uomini e donne, non vedendo alcuna differenza nel trovare il piacere da entrambi i sessi. Si sposa nel 1919, ma lascia il marito per una donna chiamata Susi Wanowski. La coppia diventa un’istituzione della crescente scena lesbica di Berlino.

Ama l'oppio, l’hashish, l'eroina e la cocaina - che tiene sempre custodita in un piccolo medaglione d'argento appeso intorno al collo. Ha una forte predilezione per l'etere e il cloroformio che mescola insieme in una piccola ciotola di porcellana, in cui sparge anche petali di rosa bianca. Una volta che sono sufficientemente marinati, mangia i petali uno per uno fino a cadere in un sonno delizioso.

Ambigua, losca e trasgressiva: naturalmente è oggetto di pettegolezzi. Si dice che abbia schiavizzato sessualmente una donna sposata e la sua figlia quindicenne. Mentre è in galera, porta allo sfinimento i carcerati suoi amanti con le sue insaziabili richieste.

Alcuni di questi racconti sono falsi, altri sono veri. Tutti contribuiscono a fissare saldamente Anita Berber nell'immaginazione del pubblico.

Nel 1921 si innamora di Sebastian Droste, un ballerino bisessuale conosciuto in un club gay di Berlino. Si sposano e formarono una scandalosa partnership di ballo coreografando ed eseguendo insieme fantasie espressioniste come Suicide, Morphium e Mad House. Collaborano a un libro di poesie e fotografie chiamato Dances of Vice, Horror, and Ecstasy.

Quando l'artista Otto Dix dipinge il suo famoso ritratto nel 1925, gli anni di abuso di droghe e alcol sono evidenti. La donna che ha scandalizzato Berlino con i suoi look, le sue danze erotiche e il suo aspetto appariscente non è più così "attraente".

Mel Gordon nella biografia The Seven Addictions and Five Professions of Anita Berber ci informa in merito alla tubercolosi che la colpisce durante una tournée all'estero.
Muore a Berlino il 10 novembre del 1928 circondata da siringhe di morfina vuote. Aveva ventinove anni. Anita Berber: un nome, una vita, una leggenda.

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Anita Berber and her pet monkey

Anita Berber on stage

Anita Berber and Conrad Veidt in Unheimliche Geschichten directed by Richard Oswald, 1919

Anita Berber, a portrait

Anita Berber e Sebastian Droste in Suicide, 1922

Anita Berber on stage

 

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