La coscienza, bisogna aver preso una droga per sapere quant’è piccola,
quanto è facoltativa, quanto è poco indicata,
quanto è d’ostacolo, quanto è poco “noi” e ancor meno il nostro “bene”.
(da Conoscenza dagli abissi di Henri Michaux)

In metropolitana hai mai notato come si guardano attorno i neonati: sono in pieno trip, è evidente...

Perché smettiamo di vedere, crescendo? Esattamente perché cresciamo. Impariamo le dure leggi della sopravvivenza che ci costringono a concentrarci su quello che è utile. I nostri occhi disimparano la bellezza.

Grazie ai funghi ritroviamo le percezioni della nostra infanzia. Il tempo non esiste più quando si fa un trip, un minuto, un’ora, un secolo sono davvero sinonimi… siamo confinati in un’area di non-tempo, è magnifico quando si è molto felici, ma è un inferno quando si soffre.

Quello che chiamiamo bad trip è avvenuto in metropolitana. All’improvviso ho visto la bruttezza che mi circondava. Non l’avevo mica inventata io, era lì da prima. Ma io ne ero stato salvaguardato dal filtro del comune menefreghismo.
L’orrore del mondo raggiungeva il suo culmine, me lo ricordo, nella cravatta del tizio seduto di fronte a me. Non era una visione: quella cravatta aveva di che terrorizzare l’intera umanità, se questa le avesse prestato la minima attenzione.

Ricordo di essermi trattenuto dall’ordinare al tizio di togliersi la cravatta e scaraventarla dal finestrino. “Mi creda, è per il suo bene” gli avrei detto. L’infame disegno di quella cravatta mi opprimeva, mi torturava, mi faceva sembrare l’Apocalisse un evento giustificato, purché trascinasse via quel pezzo di stoffa nel suo nulla.
Non avevo ragione? Un bad trip è un esercizio di lucidità che ci rivela l’inferno contenuto nella cravatta di un passeggero della metropolitana.

Il trip ha ragione. Non si ha mai ragione fuori da un trip. A digiuno, quando il nostro stato mentale può definirsi normale, il nostro cervello adulto produce banalità a valanga, e in esse si cercherebbe invano la bellezza, l’onore, la scintilla della grandezza o del genio che fa inorgoglire la specie.

Un trip dura otto ore. Un tale intervallo consente di creare, di riflettere, di operare nel senso profondo di ogni verbo. Il ricordo medio di una giornata ha il peso di capello; il ricordo di un trip è una matassa che si sbroglia per una vita intera.

L’attività mentale ordinaria è un insulto all’intelligenza e non merita di chiamarsi pensiero. Il trip fa in modo che disimpariamo il banale e ci restituisce lo stupore originario di ogni cosa.

(da Il Viaggio d’inverno - romanzo di Amélie Nothomb)

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Dipinto di Bob Bralove

Altered State, 1999 by Mike Worrall (oil on canvas)

Extinction - illustrazione di Davide Bonazzi

Epouvantail no 4 – oil painting by Till Rabus

Sheets of Life - illustrazione di Claudia Palmarucci

Foto-illustrazione di Ben Heine (serie Pencil vs Camera)

 

Pot-Pourri: Irregolari