Richard Estes è uno dei fondatori dell’iperrealismo (il fotorealismo della fine degli anni '80), nonché tra i protagonisti più accreditati della pittura contemporanea americana.

Nato nell’Illinois nel 1932, si laurea all'Art Institute of Chicago e nel 1958 si trasferisce a New York, dove lavora nel campo dell’illustrazione per riviste e agenzie pubblicitarie.

Vive e lavora tra New York e il Maine dove, su un’isola nell’Atlantico, trascorre parte dell’anno.

Dagli anni Sessanta si dedica a tempo pieno alla pittura.
E’ del 1968 la prima di molte mostre personali, alla Allan Stone Gallery di New York.
Tra i pittori più ammirati da Salvador Dalí, le sue opere sono state esposte nei più grandi ed importanti musei del mondo, tra gli altri il Metropolitan Museum of Art e il Thyssen-Bornemisza di Madrid.

La fotografia è il fondamento della sua espressione artistica. Richard Estes realizza dipinti da fotografie che egli stesso scatta, ri-creando improbabili prospettive e panorami mozzafiato. Le inquadrature ispirano fortemente la sua creatività. Guarda con ammirazione Walker Evans, Berenice Abbott, Eugene Atget e i grandi maestri della pittura americana, Edward Hopper e Charles Sheeler.

Richard Estes è conosciuto per i suoi dipinti di paesaggi urbani: New York (tra i suoi preferiti), San Francisco, ma anche Parigi, Londra, Barcellona e Firenze.
Tuttavia a partire dagli ultimi anni del secolo scorso, realizza anche paesaggi naturali che ricordano molto le tradizionali “vedute” di Canaletto (da lui tanto amate): i ghiacciai dell’Alaska, le montagne nevose del Maine, il Machu Pichu e il fluttuare del mare visto da un traghetto.

Dagli anni Sessanta ad oggi, le metropoli proposte da Estes raccontano la storia urbana nella sua evoluzione e i relativi cambiamenti. Eppure, un filo conduttore permane: scorci di strade deserte, negozi e vetrine sono spazi ristretti che sembrano imprigionare l’essere umano, raramente ritratto, mai protagonista; quasi assente, fissa il vuoto, si lascia vivere in solitudine in una dimensione che pare non appartenergli. Si percepisce una sorta di immobilismo.
Gli spazi non ampi sembrano rappresentare, in un perverso parallelismo, i limiti dell’essere Uomo in una società priva di intimità e riservatezza.

Tutto è pulito, scintillante, nuovo; tutto riflette la modernità che crea disagio e confonde la percezione dei confini della realtà, sempre più labili e facilmente valicabili. Qual è il posto dell’Uomo nel Mondo?

#pitturaaolio #MostriSacri

The L Train, 2016

Checkout, 2012

Le Pain Quotidian, 2014

Times Square, 2004

Sunday Afternoon in the Park, 1989

Telephone Booths, 1967 
E’ una delle sue prime e più note opere (conservata al museo Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid) in cui è già chiaro il suo interesse per riflessi e trasparenze.

Pot-Pourri: Arte Contemporanea