Isotta Bellomunno (classe 1987) è un’artista provocante e provocatoria.

Non si può parlare dell’arte e del mondo di Isotta Bellomunno senza dire che il suo cognome è “tristemente” legato alla nota famiglia partenopea che da oltre cento anni si occupa di onoranze funebri in tutta Napoli.

Il suo personaggio si costruisce dentro e contro le circostanze del suo essere artista: le origini napoletane, sulle quali torna sempre, per ironizzarne, ma anche per onorarle, il rapporto di sfida e di gioco con la morte, che si sa, prima o poi incombe su tutti, ma che lei riesce a esorcizzare con la sua ricercata arte “propiziatoria.

I mezzi espressivi che adotta per dare una nuova lettura agli elementi da cui pro-viene (Morte, Napoli, Aldilà, Sacro), spaziano dal disegno alla fotografia, dalla scultura all’azione performativa.

Dopo aver vissuto dieci anni a Milano (nel 2011 si è diplomata in scultura all’Accademia di Belle Arti di Brera) è tornata nella sua Napoli:

È fonte di ispirazione continua questa città, ma non solo, la sua bellezza ti stordisce, è dotata di una forte energia, che nonostante tutte le contraddizioni, riesce a renderla magica e unica”.

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Tanti i manifesti/necrologi affissi nel centro storico per il lancio della sua impresa LaBaraBarca, la bara imbarcazione con la quale, nel 21 settembre del 2015, partendo da Mergellina, ha raggiunto Castel dell’Ovo remando. Si è trattato di una performance di grande energia, di attesa, di galleggiamento sulla realtà. La ritualità irriflessa che l’appartenenza alla cultura napoletana implica ha trovato nella sua estetica un canale di rigenerazione mediante la rottura di tutti i tabù (estetici e religiosi).

Io Baro, serie fotografica nella quale i cofani funebri, i tauti vengono trasformati in pacificanti oggetti d’arredo, al limitare della quotidianità. 

Sacred Cream (2014), progetto per il quale ha vinto l'Internazionale d'Arte LGTB

Latte di Mucca/mamma. Collocata in uno scenario plastico, una natura fantasmagorica, la bara, accostata agli elementi della maternità, assurge a provocatorio e surreale simbolo di armonia.

Not all that rises is bread - Non è tutto pane quel che lievita (2013): performance svoltasi nella sala del capitolo maggiore di San Domenico durante una rassegna di videoarte e installazioni del Collettivo URTO. L’artista impasta acqua, farina, lievito, olio e Napoli utilizzando come madia una bara: una chiave ironica e scaramantica sul senso del crescere e del divenire.

Presentata all’idroscalo di Milano nel corso della rassegna Big size art, l’opera Sweet coffin è una bara verde “speranza” guarnita di gelato, canditi e tanta panna montata

Pot-Pourri: Napolismi