Alfredo Jaar (classe 1956) è un artista, architetto e cineasta cileno che vive a New York City.

La pratica artistica multidisciplinare di Jaar esplora le ineguali relazioni di potere e le divisioni socio-politiche che derivano dalla globalizzazione.

L'arte di Alfredo Jaar è motivata politicamente dal racconto di eventi reali e dalla raffigurazione simbolica dei vari “volti” della guerra, spesso prevedendo un certo livello di partecipazione del pubblico.

“C'è un enorme divario tra la realtà e le sue possibili rappresentazioni e questa lacuna è impossibile da colmare; quindi come artisti dobbiamo provare diverse strategie per una sua possibile narrazione. Il processo di identificazione è fondamentale per creare empatia, solidarietà e coinvolgimento intellettuale”.

Negli ultimi tre decenni il lavoro di Jaar ha riguardato le violazioni dei diritti umani e, in particolare, la “complicità” dell’umanità nella disumanità. Dalla carestia in Sudan alle miniere d'oro in Brasile, ai centri di detenzione dei profughi vietnamiti di Hong Kong, alla Guerra Civile del Nicaragua: Jaar combina fotografia, cartografia, neon e parole per mettere in discussione l'etica dell'immagine.

A Logo for America è un video-tabellone elettronico del 1987 lanciato nella Times Square di New York City. La sequenza di 42 secondi appare per due settimane consecutive accanto alle pubblicità programmate. Le immagini della bandiera e della mappa degli Stati Uniti vengono seguite da dichiarazioni che contestano l'etnocentrismo statunitense.
This is not America (Questa non è l'America): attraverso una giustapposizione apparentemente contraddittoria di parola e immagine, Jaar attira l'attenzione sul fatto che la parola "America" è applicata abitualmente, ma erroneamente, a una sola parte dei due continenti americani.

Le questioni relative all'emigrazione e alla discriminazione in un mondo globalizzato sono state esplorate anche in The Cloud (2000), una performance che ha previsto il rilascio nell’aria di tremila palloni sul confine Tijuana-San Diego. Il numero è stato scelto per corrispondere a quello delle vite perse attraversando la frontiera tra il Messico e gli Stati Uniti nel decennio precedente. Accompagnato da esibizioni musicali e recital di poesia su entrambi i lati del confine, l'evento si è concluso con un momento di silenzio, trasformando il progetto in un atto di commemorazione pubblica, un “monumento” alla memoria delle vittime.

In un altro lavoro a lungo termine, The Rwanda Project (1994-2000), Jaar ha tentato di rappresentare il sanguinoso genocidio del 1994 attingendo all'esperienza diretta del luogo e della sua gente. Mediante una varietà di mezzi, tra cui testimonianze e immagini di sopravvissuti, il “pezzo” ha rivelato il silenzio del mondo di fronte a uno dei più terribili episodi della storia dell'Africa del XX secolo, testando la desensibilizzazione del visitatore a immagini di violenza e sondando la limitata capacità dell'arte di rappresentare la tragedia.

#arteconcettuale #rebels

The Eyes of Gutete Emerita, 1996 (The Rwanda Project)
L’immagine costringe a contemplare gli occhi di una donna che ha assistito all'omicidio di suo marito e di due figli. Il lavoro produce l'incontro impossibile con gli occhi di una persona che è morta in qualche modo, mentre guarda una scena invisibile, come se il suo orrore fosse bruciato sulla sua retina dall'interno. L’anima dello spettatore nell'incontrare questi occhi e il non visto che rivelano non può non soffrire per l'atrocità a cui rimanda.

Napoli, gennaio 2016 - Galleria Lia Rumma
“Napoli è senza dubbio una delle città più stimolanti del mondo, uno tsunami di gioia esuberante e caos malsano, la versione reale della Divina Commedia di Dante, tutto insieme: Inferno, Paradiso e Purgatorio. Quando Gramsci scrisse: “ Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri” stava pensando all’Italia o a Napoli? Quando Giuseppe Ungaretti scrisse la magnifica poesia “M’illumino d’immenso” stava pensando a Napoli?
Ma per favore ditemi chi ha creato Napoli? E per chi? E a quale scopo? Perché Napoli? Solo una città come Napoli innesca queste domande esistenziali perché Napoli non è una città, Napoli è un universo dove ci si perde appena vi si entra e da cui non c’è ritorno”.  Alfredo Jaar

A Logo for America

Nel 2000 Jaar si trova in Svezia dove realizza Skoghall Konsthall.
L’artista colpito dalla mancanza di un centro di aggregazione culturale nella cittadina di Skoghall (famosa per la produzione di carta) realizza un’installazione risultato di un’analisi sulla cultura locale.
Skoghall Konsthall o la Galleria d’Arte di Skoghall è un padiglione interamente di carta realizzato con l’intento di creare un polo artistico per la comunità. L’installazione è stata pensata per durare un solo giorno.
Nonostante le contestazioni della gente, che finalmente aveva a disposizione un centro ricreativo, Jaar ha dato alle fiamme l’intero complesso. Il suo progetto puntava a sensibilizzare l’opinione pubblica: la presenza e la successiva scomparsa di un elemento di così cruciale importanza come un museo, ha portato l’attenzione su quello che - fino a quel momento - non era stato visto come un problema.

Be Afraid of the Enormity of the Possible, 2015 (New York - Photo by Jonty-Wilde)

Introduction to a Distant World, 1985

 

Pot-Pourri: Arte Contemporanea