Un percorso cinematografico che mette in scena verità scomode che spesso vengono sepolte sotto strati di apparenze beate e concetti semplificati.

C'è sempre tanta ipocrisia intorno al tema della maternità, come se l'essere madre si riducesse esclusivamente alla dimensione sognante del talco, dei carillon e dei ruttini

Film dolorosi e crudeli che non hanno paura di parlare di storie madre-figlio andate a male, di meccanismi relazionali inceppati e per nulla automatici, di tutte quelle difficoltà di cui non si parla, perché le mamme devono sempre dire, come da copione, "E' la cosa più bella che mi sia mai capitata!".

Non è per nulla scontato il saper essere madre, ci sono strappi fisici ed emotivi, ci sono metamorfosi, ci sono i pianti heavy metal da sopportare e spesso ci sono figli difficili, che si ha comunque il dovere di “gestire” e amare.

Un viaggio che spezza quest’idillio a tinte pastello e mostra il lato oscuro del binomio madre-figlio.

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E ora parliamo di Kevin (We Need to Talk About Kevin) è una pellicola del 2011 diretta da Lynne Ramsay. Il film (presentato al Festival di Cannes e al Toronto International Film Festival) è interpretato da Tilda Swinton (con il suo viso lacerato è di una bravura commovente). Eva è una donna armeno-americana che ha messo da parte i suoi sogni di gloria quando è rimasta incinta. Con l’arrivo di Kevin la sua vita cambia radicalmente e tra madre e figlio nasce subito un rapporto di ostilità. A 16 anni il “manipolatore e cinico” Kevin commette un massacro nella sua scuola con l'arco e le frecce. Mentre Kevin è in carcere, Eva, scavata dal senso di colpa, è costretta a interrogandosi sulle proprie responsabilità.

Kevin è senz’altro un ragazzo disturbato. Eva non voleva questo bambino. Il nuovo stile di vita che ha adottato con riluttanza (trasferendosi dalla città alla monotona provincia) è lontano dalla vita esaltante alla quale ha rinunciato, fatta di viaggi e cultura. Quello che inquieta è la completa mancanza di interesse per il neonato; non si comprende bene se sia dovuta alla “classica” depressione post parto o a una consapevole assenza di desiderio a prendersi cura di un altro essere umano. ll titolo è ironico: dialoghi o chiarimenti non ci sono affatto. Il "diabolico" ragazzino dice: “Perché l’ho fatto? Prima lo sapevo, ma ora non ne sono più tanto sicuro”. E se anche il male fa fatica a comprendere se stesso, può allora essere perdonato?

La genitorialità, intesa come “stato volontario” è il fulcro delle vicende familiari drammatiche narrate in Second Chance, della danese Susanne Bier (presentato al Torino Film Festival 2014); un film straniante assolutamente non adatto ai deboli di stomaco.

Andreas, un detective della polizia, è sposato con l’angelica Anna e hanno un figlio di sette settimane di nome Alexander. Lui e il suo amico collega sono chiamati a fare un sopralluogo in un appartamento per una presunta lite domestica. Lì incontrano il ben noto spacciatore Tristano e la sua compagna Sannein (entrambi tossicodipendenti) e scoprono qualcosa di agghiacciante, degno delle scene più raccapriccianti del ben più noto Trainspotting: nell’armadio i due tengono Sofus, il loro neonato di sette settimane, sporco di merda e urlante di fame.
Durante quella notte, Andreas, risvegliandosi, trova la moglie Anna piangere disperatamente e scopre che Alexander è morto. Decide allora l’impensabile: scambiare il proprio figlio morto con Sofus. Quando Tristan trova il bambino morto, Sanne dice (e insiste) che quello non è suo figlio. Ma Tristan lo seppellisce nel bosco e simula di essere stato rapito in un parco giochi. Nel frattempo, Anna, che rifiuta il “nuovo” bambino, salta da un ponte e si suicida. Quella di Alexander è stata veramente una morte bianca?

Due coppie diametralmente opposte: Andreas e Anna hanno una vita all’apparenza esemplare e invidiabile, una casa stile Ikea e uccellini a cinguettare alle loro finestre. Tristano e Sannein sono due drogati qualunque che vivono in un letamaio, fra siringhe e violenza. E’ utile quindi ribadire una cosa: il giudizio sulle persone è sempre falsato da status e condizioni sociali.
La prima cosa che si è portati a fare è giustificare Andreas: certamente non lucido, rapisce un bambino che nella sua ottica di uomo della legge, avrebbe fatto una brutta fine e lo fa con l’intento di salvare la moglie dalla depressione, se non dalla pazzia.
Il fatto è che Anna non è così serafica come sembra; invece Sannein, che sulla carta sembra la peggiore delle madri, si rivela quella con l’istinto giusto

Precious (2009) di Lee Daniels, si è aggiudicato diversi premi al Sundance Film Festival.
Ambientata alla fine degli anni Ottanta è la storia di “ordinaria” violenza di Claireece "Precious" Jones, una ragazza obesa e semianalfabeta che vive in una Harlem povera e disagiata. Precious è incinta per la seconda volta di suo padre e a casa deve confrontarsi con una madre arrabbiata e violenta che la umilia e che abusa di lei sia psicologicamente che fisicamente. Una madre che prova invidia verso la figlia che "le avrebbe tolto le attenzioni di suo marito".
Quando la scuola scopre che Precious è incinta, la espelle e la manda in un istituto per ragazzi con problemi sociali. Lì Precious (che è solo apparentemente ottusa) inizia un percorso verso una vita più equilibrata e serena. Tornata a casa dall'ospedale, viene assalita dalla madre mentre ha in braccio Adbul, di soli tre giorni; allora Precious trova la forza di fuggire col bimbo.
Precious si trova ad allevare Abdul in una casa di riabilitazione mentre prosegue con gli studi.
Presto la madre torna da lei per informarla che il padre è morto di AIDS. Precious si scopre sieropositiva. La ragazza e sua madre si incontrano per l'ultima volta nello studio dell’assistente sociale. Una madre che non solo non l’ha difesa dalle violenze paterne, ma l’ha accusata di averglielo rubato oltre ad aver cercato di ostacolare il tentativo di riscatto della figlia. Una storia troppo assurda, da non sembrare vera!

Mammina cara (Mommie dearest) è un film del 1981 che racconta il legame tra l'attrice Joan Crawford (interpretata da Faye Dunaway) e la figlia adottiva Christina, secondo il punto di vista di quest'ultima. La Crawford (famosissima diva americana) viene dipinta dalla figlia come una pazza isterica alcolizzata, maniaca della pulizia. Una donna crudele, con la paura di invecchiare, disposta a tutto per mantenere il suo status di stella di Hollywood.
Il film è tratto dall'omonimo libro di Christina e racconta appunto le cattiverie gratuite e le punizioni che la bambina subì da piccola dalla madre, secondo lei una donna ambiziosa e narcisista che costringeva i propri figli a rispondere come marionette "Si, Mammina Cara", "Ti vogliamo tanto bene, Mammina Cara" ogni qual volta vi fossero delle telecamere pronte a riprendere il momento. Christina racconta che la madre durante la notte, ubriaca, faceva irruzione nella sua stanza urlando “Non voglio vedere attaccapanni di ferro in giro!”
Sebbene stroncato dalla critica, ebbe un grande successo di pubblico, tanto da diventare un vero cult, probabilmente anche per alcune scene kitsch degne di un horror di serie b, come quando Christina viene costretta a mangiare una bistecca cruda!

"Siamo in un mondo senza speranza, ma pieno di persone che sperano".
Mommy è un film franco-canadese del 2014 scritto e diretto da Xavier Dolan che ha vinto il premio della giuria alla 67ª edizione del Festival di Cannes.
In un finto e “futuristico” Canada esiste la legge S-14 che consente ai parenti di ragazzi con problemi psicologici e relazionali di valersi di ricoveri coatti presso istituti psichiatrici.

E’ il caso di Steve, figlio adolescente di Diane, che entra ed esce da queste case “specializzate” in cure mentali. Steve è infatti affetto dalla sindrome da deficit di attenzione e iperattività. Dopo un’ennesima crisi violenta, la madre, una vedova di 46 anni dal look battagliero e dal carattere tosto, è costretta a riprenderselo.

Il loro è un rapporto impossibile, fatto sì d’amore e tenerezza, ma anche di provocazioni, insulti ed esplosioni di rabbia. E’ evidente che la madre ha paura di questo figlio dall’aspetto angelico ma dai modi aggressivi e dalla reazioni incontrollabili. Steve è un “serbatoio” di emozioni e pulsioni selvagge, non è in grado di gestire il caos che ha dentro e ha nei confronti della madre atteggiamenti marcatamente sessuali.

E’ impossibile per loro stare nella stessa stanza senza farsi del male. Steve non è fatto per vivere con lei e lei non è “pronta” a vivere con il figlio.
C’è da chiedersi: se una legge del genere esistesse davvero, quanti figli problematici verrebbero allontanati in quattro e quattr'otto da genitori altrettanto problematici?

Pot-Pourri: Decima Musa