Il genere umano non può sopportare troppa realtà.
(da Burnt Norton - primo dei Quattro Quartetti di T. S. Eliot)

Philip Guston and the Poets - lanciata in occasione della Biennale di Venezia di quest'anno e ospitata (fino al 3 settembre 2017) presso l'affascinante sede delle Gallerie dell'Accademia - è una mostra incentrata sul rapporto dell’artista statunitense con i poeti che hanno maggiormente influenzato il suo lavoro.

La scelta di Venezia come casa provvisoria per le 50 tele e i 25 disegni - tra i quali alcuni dei più significativi di Guston - non è casuale, ma si riallaccia alla storia personale dell'artista. Nato nel 1913 a Montreal, Guston si trasferisce con la famiglia a Los Angeles. Lì frequenta la Manual Arts High School, dove, insieme a Jackson Pollock, studia l’arte moderna europea, la filosofia orientale e la letteratura mistica.

I suoi genitori ebrei ucraini erano fuggiti dalla persecuzione quando si trasferirono in Canada da Odessa. Nel 1923, probabilmente a causa dei debiti economici e altri conflitti personali, il padre si toglie la vita.

Guston vince il Prix de Rome nel 1948. Realizza così il suo sogno di un viaggio in Italia. Questa esperienza porta a un cambiamento nel suo linguaggio pittorico: il rosa diventa il suo colore preferito. Giotto, Masaccio, Piero della Francesca, Tiepolo e Giorgio De Chirico sono le divinità i cui nomi imprime anche nella tela dal titolo Pantheon (1973).  Il suo amore per i grandi italiani arriva fino al cinema, con la tela del 1958 “To Fellini”.

La mostra è un dialogo unico tra le opere di uno dei primi esponenti dell’espressionismo astratto e le parole dei cinque poeti che stimolarono la sua ricerca: D. H. Lawrence, W. B. Yeats, Wallace Stevens, Eugenio Montale e T. S. Eliot. La mostra è organizzata in gruppi tematici, ognuno corrispondente a scritti e poesie scelte da uno dei cinque poeti, a partire da D.H. Lawrence e dal suo saggio “Making Pictures”.

Quello che questi autori hanno in comune sono le forti immagini visive usate per costruire la loro poesia: frammenti del passato, viaggi e sensazioni vengono combinati insieme per generare qualcosa di nuovo. Guston lavora allo stesso modo: guardando ai frammenti della sua vita cerca di equilibrare nella sua pittura gli oggetti reali contro quello che la sua mente immagina e vede.

Gli oggetti che prima rappresentava come offuscati, quasi "sconvolti", ora sembrano sul punto di diventare realistici. I colori che prima venivano mescolati l'uno nell'altro, acquistano invece un carattere plastico.

Sul finire degli anni ‘60 Guston si trasferisce a Woodstock che in quel periodo ospita altre due giganti della cultura americana del dopoguerra: uno è Bob Dylan, l’altro è Philip Roth.

The Studio (1969) segna l'inizio del suo ritorno alla figurazione, stile che aveva praticato negli anni ‘30 e ‘40 in occasione della realizzazione di diversi murales. Questo dipinto è riconosciuto come un primo meta-autoritratto, in cui Guston si presenta incappucciato lavorando al suo cavalletto. Mentre fuma un sigaro, l’altra mano è libera di creare il “suo” capolavoro: un autoritratto cartoonish.

¡Don’t Think Twice, It’s Alright!

Negli ultimi anni della sua vita il pittore trova conforto nella melancholia di Eliot, specialmente nei suoi “Four Quartets”. La figlia ricorda: "per tutta la vita mio padre ha sempre sentito una certa attrazione per la poesia. Penso che sia a causa del suo aspetto metafisico, del modo in cui i simboli e le immagini vengono utilizzati per suggerire qualcosa di più grande, qualcosa di più profondo”.

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Head and Bottle, 1975

The Line, 1978

The Studio, 1969

Moon, 1979

Pittore, 1973

Entrance, 1979

 

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