Roman Polanski; una vita marcata da episodi pesanti: la morte di una moglie, l’accusa di violenza sessuale, il carcere...

In lui (nella sua vita come nella sua opera) si avverte l’attrazione per l’oscurità del mondo. Il suo è il cinema del presentimento, delle colpe inconfessabili.

E’ ritenuto uno tra i maggiori cineasti esistenti. Sinistro e tragico: ha dato corpo a film di insuperabile impatto espressivo. Molte delle sue pellicole sono considerate veri e propri pilastri della cinematografia.

#cinema #MostriSacri

Soltanto ora so quello che è importante nella vita. Importante è sapere che nulla è importante”. 

La follia fa paura perché sapete che voi arrivate a voi stessi”.

Con Repulsion, opera vincitrice dell'Orso d'argento a Berlino 1965, Polanski dà il via a una  perversa indagine nei meandri della psiche umana servendosi della forza espressionistica del bianco e nero.

E’ la storia di una nevrosi. Carol Ledoux (magistralmente interpretata di una “imbambolata” Catherine Deneuve) vive a Londra insieme a sua sorella. Lavora nel centro estetico di Madame Denise. E’ giovane e avvenente. Gli uomini sono attratti dalla sua bellezza e dalla sua innocenza. Lei, però, ne è ossessionata. Fugge, si reclude. Carole è “vergine”, timida, sessualmente repressa. Lo spazio chiuso e “accogliente” del suo appartamento (quattro mura tetre) è l’unico antidoto alle insidie del mondo esterno.

Ma quando la sorella (che è estroversa e libertina) e il suo fidanzato partono per una vacanza in Italia, la situazione precipita. Prigioniera dell’appartamento vuoto, Carol è preda di incubi e allucinazioni che assumono sembianze via via più spaventose: passa le ore ad osservare le crepe sui muri, nella sua camera da letto entrano stupratori immaginari, dal corridoio della sua casa delle mani la afferrano. La sua mania per l’ordine e la pulizia vengono meno e la casa diventa un luogo insalubre e malsano. Anche il suo “amico” coniglio non se la passa tanto bene, tanto che tiene la sua testa scuoiata e putrefatta in una borsetta.

Se vuoi, puoi allevare il bambino come se fosse tuo figlio”.

Rosemary's Baby (1968), Nastro rosso a New York, è tratto dall'omonimo romanzo di Ira Levin.

Una giovane coppia di sposi trova un bell’appartamento in un elegante palazzo di New York. Lui, Guy Woodhouse (interpretato dal regista John Cassavetes), è un attore ad inizio di carriera. Lei, Rosemary, è una donna di provincia vulnerabile e “superstiziosa”. Tutti gli inquilini dello stabile sono anziani. Una sera i coniugi Roman e Minnie Castevet invitano la coppia a cena. Da quel momento i fin troppo gentili vicini cominciano ad essere sempre più invadenti. Minnie regala a Rosemary una catenina con un amuleto che ha un odore nauseante. Guy ottiene una parte importante in un film in seguito all'improvvisa cecità di un suo collega più famoso.

La notte in cui la coppia decide di concepire un figlio, Minnie (come al solito) bussa alla porta con un dolce per loro. Dopo cena Rosemary ha uno strano svenimento e sogna di trovarsi ad un festino durante il quale un essere mostruoso la possiede.
Rimane incinta. I primi mesi di gravidanza Rosemary perde peso e prova forti dolori al ventre. Sente che c'è qualcosa di strano. Decide di indagare: legge libri di stregoneria e si convince di essere vittima di una congiura. Ormai non si fida più di nessuno.

In questo film Polanski riesce a trasmettere angoscia con pochi elementi: fino all'ultimo non si capisce se le cose che succedono sono vere o sono solo il frutto della mente sospettosa della protagonista (probabilmente impazzita). Rosemary, per la cui sorte si prova una pena acuta, è abbandonata a se stessa, divisa tra paranoia e razionalità.

Nell'appartamento c'è un grande armadio che ostruisce l'ingresso a una porta e non se ne capisce inizialmente il perché. Quel mobile è come un simbolo che mostra come, per coloro che credono in qualcosa di trascendente è molto facile diventare vittime di credenze considerate opposte alle proprie. Se il disagio non è qualcosa di tangibile, ma qualcosa di interiore, come si fa a scappare da se stessi

Che diritto ha la mia testa di essere me?

Tratto dal romanzo “Le locataire chimerique” di Roland Topor, L’inquilino del terzo piano (The Tenant, 1976) è probabilmente il più dostoevskijano fra i suoi lavori.

Trelkovky, un impiegato di origini polacche, prende in affitto a Parigi un appartamento la cui inquilina precedente, Simon Chule, si è suicidata buttandosi dalla finestra.
Sarebbe meglio dire che è la casa a impossessarsi di lui. Circondato da vicini che lo perseguitano e complottano contro di lui (come in un teatro dell’assurdo), Trelkovski cade in uno stato di prostrazione acuta finendo per diventare il burattino di una messa in scena sinistra. Atmosfere claustrofobiche e grottesche, un thriller gotico che esasperando il tema della diffidenza diventa quasi esoterico.
L’inquietudine si fa più estrema con lo scorrere del film: dagli inquilini nel bagno ai macabri ritrovamenti all'interno delle pareti si arriva all'inesorabile sdoppiamento di personalità.

Luna di fiele (Bitter Moon, 1992)
La sua figa era una fessura piccola e stretta, ma appena la belva che vi si nascondeva si svegliava sotto le mie carezze, si gonfiava, aprendosi nella cortina setosa che le copriva il pube, diventando un fiore carnivoro... come la bocca di un bambino che mi risucchiava avidamente il dito! Mi piaceva stuzzicarle il clitoride con la punta della lingua e poi lasciarlo là, lucido e umido come un anatroccolo, immerso in una pozza di carne rosea”. (Oscar)

Nigel Dobson è un perfetto gentiluomo inglese, sposato con l’altrettanto rispettabile Fiona. In viaggio di crociera per l'India, incontrano una coppia non convenzionale, uno scrittore americano in sedia a rotelle, Oscar, e la sua sensuale e giovane moglie Mimì. Oscar insiste nel raccontare a Nigel la sua tormentata e lussuriosa vita. Il conformista e ben educato Nigel è inizialmente disgustato dai dettagli spudorati di questo racconto e dal linguaggio spinto di questo strano yankee, poi si lascia affascinare, covando perfino l’idea di sedurre la prorompente moglie. Confidenza dopo confidenza le carte in tavola cambiano, così come cambiano i protagonisti del gioco…

Credo nel dio della carneficina”. Carnage (2011), adattamento cinematografico dell'opera teatrale “Il dio del massacro” di Yasmina Reza, conta sulla presenza di quattro interpreti straordinari:

Alan Cowan (Christoph Waltz), un avvocato arrogante, la moglie Nancy (Kate Winslet), agente finanziario, Michael Longstreet (John C. Reilly), venditore all'ingrosso di ferramenta, sua moglie Penelope (Jodie Foster), scrittrice impegnata e donna esigente.

In seguito a una banale lite dei rispettivi figli, i quattro, civili come si conviene a borghesi evoluti, decidono di incontrarsi nel salotto newyorkese dei Longstreet per chiarire la questione.
Un ispirato e crudele “kammerspiel” (recitazione da camera) girato in pochi metri quadrati, dove Polanski tira fuori il meglio di sé (il dito alzato di Waltz per chiedere il whisky, il cellulare che squilla di continuo...).
Quando sembra che la faccenda sia stata appianata e provano ad uscire, i Cowan, più d'una volta davanti all'ascensore, vengono riportati indietro dall'offerta di un altro caffè o di un altro pezzo di torta.

D'occhiata in occhiata, di parola in parola, i buoni sentimenti vanno a farsi benedire e sotto le buone maniere si spalanca l’abisso. Nancy vomita sui libri d'arte di Penelope che a sua volta scaraventa per terra la borsetta di Nancy. Sono comiche le ipocrisie e gli sbotti di entrambe le coppie. Nel loro mondo minimo di sorrisi di plastica, Polanski mostra l'esplosione di potenze ben più forti: l'odio e il piacere primordiale di far male

Pot-Pourri: Decima Musa