“La mia arte ha lo stesso obiettivo che aveva quella di un tempo: essere immortale”.

Roberto Ferri è un artista figurativo profondamente ispirato a Caravaggio.

Nato a Taranto nel 1978, si laurea nel 2006 in scenografia, all’Accademia di Belle arti di Roma (dove si trasferisce nel 1999 per approfondire - da autodidatta - la ricerca sulla pittura antica, dall’inizio del Cinquecento alla fine dell’Ottocento).

Impressionato particolarmente dall’estetica barocca e dal neoclassicismo francese di David e Ingres - ma anche Géricault, Bouguereau, Moreau, Redon e Rops sono suoi modelli  - le sue opere portano traccia di contenuti antichi rivisitati in chiave moderna.

Quando si ammira un suo dipinto il paragone con i grandi classici della pittura è inevitabile.

La tecnica finissima e sopraffina, l’uso scenografico della luce (tipicamente caravaggesco), la grande capacità descrittiva nella narrazione scenica e nelle anatomie - per le quali mostra una spiccata predisposizione - fanno dell’artista pugliese un pittore Inattuale.

Il virtuosismo pittorico di Roberto Ferri pare scandalizzare il mondo dell’arteufficiale” - proprio come la pittura anacronistica di Bouguereau, così distante dai contemporanei impressionisti e romantici.

“Dipinge come un antico soggetti moderni” dice di lui Vittorio Sgarbi, e Marco Bussagli, altro storico dell’arte, precisa che “nella pittura di Ferri non c’è solo il Seicento italiano... L’artista pugliese, da contemporaneo quale è, si porta dietro il retaggio del Surrealismo di Dalì, del fantasy dei fumetti, dei film di fantascienza come Alien, e guarda alle esperienze visive di David Lachapelle. Tutto questo è Roberto Ferri, che pure non privilegia nessuna di queste cose, ma le fonde nel crogiuolo dell’animo suo e le esprime in una pittura costruita con un paziente lavoro artigianale”.

Proprio come un paziente artigiano, Ferri sembra scolpire Corpi interpreti dell’Inconscio, icone di fisicità e tormento.

Non solo bellezza legata alla tecnica, quella di Ferri è un’arte visionaria che dà sostanza ai sogni e alle lacerazioni dell’anima, nell’eterna lotta tra bene e male.

Miti e incubi in un’orgia dionisiaca: quello di Ferri è un linguaggio filosofico che raffigura con sangue e muscoli le metamorfosi dell’essere pienamente umano: desideri, ossessioni, angosce, deliri e fantasmi. E’ lui stesso a spiegare: “sono rappresentate ferite sui corpi che poi sono ferite dell’anima“.

Eros e Thanatos, bellezza e nefandezza della vita, sentimenti forti e laceranti, sublimi e atroci; il richiamo costante ai contrasti e alle contraddizioni è la metafora evidente di due mondi inconciliabili; sacro e profano, spirituale e corporeo, luce e tenebre, razionale e irrazionale.

I dipinti di Ferri sono impregnati dell’impulso dionisiaco della natura, metafora dell’irrinunciabile aspetto più istintivo e primordiale dell’uomo: femmes fatales, corpi che si intrecciano, eros e lussuria, piacere, trasgressione, repressione della morale e esaltazione dell’istinto; il trionfo della carne e la conferma del corpo come unica dimensione possibile per l’uomo

Roberto Ferri vuole varcare il confine tra sogno e realtà, tra il fluire del tempo e l’eternità, ma è solamente a Dioniso, a quest’unico dio che Ferri-Nietzsche rivolge il suo pensiero quando dipinge la figura umana, in cui esprime, ogni volta, un dolore antico e universale in cui alberga la Follia della Vita.

“Il mio è un classicismo erotico e onirico”: così definisce l’artista pugliese il suo figurativismo che prevede soluzioni decisamente contemporanee.

Angeli e demoni, sirene, centauri e satiri; Dioniso, Lucifero, Narciso, miti classici reinterpretati in una dimensione super-umana in cui “l’uomo non ha limiti, non ha distinzioni; può tutto e può essere qualsiasi cosa. Tutto ciò che nella realtà non potrebbe mai essere. Al centro della mia opera c’è l’uomo in tutta la sua potenza, in tutta la sua debolezza, in tutta la sua umanità”.

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